Attualmente sul palco con I PROMESSI SPOSI ALLA PROVA

di Giovanni Testori
drammaturgia di Sandro Lombardi Federico Tiezzi
regia Federico Tiezzi

Il maestro                      Sandro Lombardi
L'attore che fa Renzo        Francesco Colella
L'attrice che fa Lucia        Debora Zuin
L'attrice che fa Agnese     Marion D'Amburgo
L'attrice che fa Perpetua   Caterina Simonelli
L'attore che fa Egidio       Alessandro Schiavo
L'attore che fa don Rodrigo Massimo Verdastro
L'attrice che fa Gertrude    Iaia Forte

scene Pier Paolo Bisleri
costumi Giovanna Buzzi
luci Gianni Pollini
regista assistente Giovanni Scandella
maestro di canto Francesca della Monica 

produzione Teatro Metastasio - Stabile della Toscana/Teatro Stabile di Torino/Compagnia Sandro Lombardi

Descrizione
Su un palcoscenico di fortuna, è da supporre in qualche quartiere non proprio "bene" di Milano, un Maestro, capocomico all'antica, si affanna a far interpretare a un gruppo di attori comicamente scalcagnati nientemeno che il capolavoro di Manzoni.
Così iniziano I promesi sposi alla prova, testo con cui nel 1984 Giovanni Testori, dopo le riscritture da Shakespeare e da Sofocle, approda a questo suo inevitabile traguardo.
Interesse principale dell'autore è quello di fare del romanzo uno "specchio" in cui riflettere i suoi "anni tribolatissimi" che, a ben vedere, sono anche i nostri. Quante pesti ci affliggono! quella del degrado dell'ambiente, dell'indurimento dei cuori, dell'omologazione delle coscienze, dell'allontanamento graduale dalla realtà, dell'incapacità di vedere la trasformabilità della società.
Soprattutto la peste della chiusura alla diversità, alla comunicazione, al mondo.
Ed è al desiderio di aprire gli occhi sulla realtà (e con lo strumento dell'umorismo manzoniano) che gli interventi testoriani si appigliano per dissezionare i nuclei narrativi originari e ricomporli in parabole insieme sceniche e morali.
A differenza delle sue reinvenzioni scespiriane, sin dal titolo segnalate da una deformazione linguistica (L'AmbletoMacbeth), in questo caso resta intatta, quasi fosse intangibile, la formula manzoniana; vi si aggiunge solo la specificazione: "alla prova". In queste due parole sta non solo l'indicazione che il romanzo verrà spinto nel territorio del teatro; ma tutta l'immensa portata dell'intera opera, e forse dell'intera vita, di Testori: la verifica dei propri amori, delle proprie passioni umane e culturali: "mettere alla prova"...

Del resto, il "mettere alla prova" è, in tutti i sensi, il cuore del lavoro registico, nel doppio senso di "mettere in prova" la praticabilità teatrale di un testo o comunque di un'ipotesi scenica, e di "verificare" la sua tenuta in una situazione storica mutata. E su queste premesse si basa il lavoro di Tiezzi: non una spiegazione del romanzo ma, come desiderava Testori, una "lezione e un monito" perché I Promessi Sposi sono "il romanzo della storia, e il popolo incarna questa storia nella libertà più assoluta".
In una struttura pirandelliana simile a quella dei Sei personaggi in cerca d'autore, su di un palcoscenico nudo, si svolge la prova di una "commedia da fare" dove ai temi di riflessione sul teatro e sui suoi modi comunicativi, si mescolano i grandi motivi manzoniani della pietà, della grazia, del male e della morte, della Provvidenza e della salvezza. Don Abbondio, Renzo, Lucia, fra Cristoforo, l'Innominato, don Rodrigo tornano a noi attraverso il corpo e la voce dei protagonisti della "prova" in un mescolamento di azioni e di ruoli di grande vivacità teatrale.
Con questo spettacolo Tiezzi affronta insieme Testori e Manzoni, al fine di dire anche una parola non retorica ma che parta dal basso, dagli umili, dai diseredati, da coloro che identificano la vita con il rispetto del prossimo, del mondo e della storia - una parola relativa al centocinquantesimo anniversario dell‘Unità d'Italia, quella unità che Manzoni contribuì a creare dal punto di vista linguistico-letterario, innestando la tradizione lombarda in quella toscana. Unità della lingua come unità di una nazione: la cultura non è qualcosa di separato dalla storia ma addirittura la determina.
Nella teatrografia di Federico Tiezzi, questiPromessi sposi alla prova vengono a costituire un ideale dittico con il Simon Boccanegrarecentemente diretto alla Staatsoper di Berlino e poi alla Scala: Verdi e Manzoni  hanno contribuito "da artisti", e come mai nessun altro artista, all'unità della nazione.

La recensione di Silvia Cosentino


Persone e personaggi alla prova
Chissà se, meditando sull'espediente del manoscritto anonimo, Alessandro Manzoni era cosciente di segnare per sempre la storia della letteratura. Chissà se, risciacquando i panni in Arno, era cosciente di ridisegnare anche le sorti della lingua italiana. Di certo possiamo dire che pressoché ognuno di noi si è trovato a misurarsi con quell'indiscusso capolavoro che risponde al nome di I promessi sposi, tanto odiato e temuto tra i banchi di scuola perché imposto, quanto apprezzato in età matura perché consapevolmente scelto. In ogni caso, romanzo impossibile da ignorare, se non altro per le varie trasposizioni operate nel tempo: dallo storico sceneggiato del 1967, in cui il maestro Sandro Bolchi riunì con abile regia attori del calibro di Tino Carraro, a quello, valido ma forse meno convincente, del 1989 firmato da Salvatore Nocita, passando per parodie (dal celeberrimo Trio agli Oblivion) e fumetti che ne hanno accresciuto la popolarità, se mai ce ne fosse stato bisogno.
C'è anche la storia di Renzo e Lucia tre le incursioni concettuali e linguistiche dello scrittore, drammaturgo, storico dell'arte (e molto altro ancora) Giovanni Testori: come molte sue altre produzioni, I promessi sposi alla prova (1984) mettono in discussione, scardinano, pur sempre amando, la fonte originaria, esprimendo una conflittualità di non semplice risoluzione. Federico Tiezzi e Sandro Lombardi accolgono questa affascinante sfida, dopo la fortunatissima messinscena di Ambleto dello stesso Testori (Premio Ubu 2002 per l'interpretazione di Lombardi), forti di una solida drammaturgia e della presenza di nomi ormai storici per la compagnia, nonché di nuovi validi interpreti che già abbiamo avuto modo di apprezzare altrove.
Il retro di un teatro grigio e scalcinato: un tavolo rettangolare in primo piano, due scale laterali e una centrale portano a una zona sopraelevata delimitata da un sipario-tendone da circo rosso, in cui si trova un altro tavolo con sedie; una porta e varie uscite delimitate da un'altra scala e dalle semplici quinte. Sandro Lombardi è Il Maestro, come da tutti verrà chiamato, nostalgico delle tradizioni e di un'interpretazione pomposa alla vecchia maniera, solo a tratti conscio di quanto il teatro abbia bisogno di essere rinnovato e spolverato. Egli guida un gruppo di attori verso la scoperta e la messinscena del romanzo manzoniano, corregge la dizione esasperando la metrica, interviene e interrompe, alla stregua delcapocomico pirandelliano (la cui poetica e i meccanismi metateatrali sono evidenti e tangibili in molti momenti dello spettacolo). Non si limita a restare fuori, osservando la scena da molteplici punti del palco, ma si inserisce interpretando ora un vile e buffo Don Abbondio, ora un minaccioso e decadente Innominato, semplicemente aggiungendo mantelli al completo grigio: con la maestria e la delicatezza che sempre lo contraddistinguono, Lombardi regala una coinvolgente interpretazione, con intensi monologhi costantemente sospesi tra la derisione e l'apprezzamento verso un certo modoclassico di far teatro. Si fa tremendamente sul serio, scherzando.
Gli attori sono in provamessi alla prova, nel teatro come nella vita. Spulciano il testo, prendono appunti, cercando di carpire e capire ogni indicazione del Maestro: riflettono, si guardano tra loro, non sempre capendo, scalpitano per mettere in pratica ciò che stanno studiando a tavolino. In continua altalena tra persona e personaggio (ecco ancora la forte derivazione pirandelliana), non hanno altra identità nominale se non quella del ruolo che vanno a interpretare; allo stesso tempo, ognuno è vestito a proprio modo, eccezion fatta per alcuni accessori e oggetti di cui via via si muniscono. Escono ed entrano in continuazione dal personaggio, spesso senza cambiare registro: il pubblico, a cui molte volte gli attori e ilMaestro si rivolgono, viene disorientato e chiamato a partecipare di una finzione nella finzione i cui confini sono tutt’altro che definiti. Nel ripercorrere le vicende salienti di Renzo e Lucia, la prova è frammentata, continuamente interrotta da dubbi e proteste, con il ritmo incalzante delle esibizioni circensi, appunto.
Da un lato, gli attori navigati rivendicano un ruolo a loro consono, di spicco, una lunga parte su cui crogiolarsi e gigioneggiare: Marion D'Amburgo è un'Agnese dalle narrazioni interminabili, il sempre simpatico Massimo Verdastroun'improbabile Don Rodrigo (tutto fuorché minaccioso), Iaia Forte una Gertrude ridondante dal trucco carico, ammuffita e relegata in cantina. Dall'altro lato, gli attori giovani vogliono capire, sentire la parte, trovare un modo personale di interpretare, fanno fatica a comprendere la potenza della Parola, più volte citata dal Maestro: la parola che evoca monti che in realtà non ci sono, che crea distanze chilometriche sulle tavole del palcoscenico, che tratteggia fisicità e carattere dei personaggi. L’attore di Francesco Colella è impetuoso, cocciuto e sanguigno proprio come Renzo, commuove per la freschezza e la passione con cui si approccia alla parte. Il bel viso di Debora Zuin è quello dell'Attrice che fa Lucia, come lei timorosa e delicata. Caterina Simonelli (già bella e vigorosa protagonista in Scene da Romeo e Giulietta di Tiezzi) è l'attrice giovane incastrata nel ruolo settantenne di Perpetua, mentre Alessandro Schiavo diviene Giampegidio, buffa trasposizione del tenebroso amante di Gertude.
Non si parla solo di teatro, ma di vita vissuta, di quella temibile smania di Potere che tutto governa e che determina gli eventi reali così come le sventure dei due protagonisti; in contrapposizione pare esserci la Provvidenza che ordina e ricompone, su cui viene sospeso il giudizio attraverso lo schietto scetticismo di Renzo. Sarebbe auspicabile che davvero questa mano potente esistesse, tuttavia, chissà...
Lo spettacolo scorre agevolmente, tradendo forse eccessiva lunghezza e ripetitività nel ribadire certi concetti. Laddove il testo avrebbe offerto interessanti spunti per graffiare e contestare con sarcasmo, la lettura di Tiezzi Lombardi si mantiene carezzevole, in qualche modo accondiscendente: non è del resto prerogativa di questi due artisti scioccare, piuttosto mantenere delicatezza e garbo anche nelle operazioni più ardite. Lo stesso Lombardi, e con lui i componenti della compagnia, sa imprimere agli spettacoli di volta in volta affrontati un inconfondibile marchio di professionalità ed eleganza, volto ad approfondire e sviluppare tematiche attraverso una macchina teatrale sempre giocata sul filo delle più impercettibili sfumature interpretative.

Francesco Colella alla 68ma MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA 2011 di VENEZIA

nel film di
FRANCESCO LAGI - MISSIONE DI PACE [FUORI CONCORSO] con Silvio Orlando, Francesco Brandi, Alba Rohrwacher, Filippo Timi, Antonella Attili.


http://www.labiennale.org/it/cinema/film/sez-aut/sic/




Trama:
La storia ha per protagonista il capitano Vinciguerra (Orlando) alla guida di un manipolo di soldati (tra cui Rohrwacher e Bugo) in una comica e avventurosa missione di pace che parte dal Nord Est dell'Italia fino ai Balcani. Quello che il capitano non poteva immaginare è di dover affrontare la sua missione a fianco del suo peggior nemico: suo figlio (Brandi), un agguerrito pacifista.


...Con Missione di pace, del toscano Francesco Lagi, che programmiamo fuori concorso in chiusura dei nostri giorni veneziani, offriamo il nostro apporto alla definizione di quelle che potrebbero essere le strade da imboccare da parte del genere “commedia”: qui siamo dalle parti della satira grottesca dei film militaristi e insieme antimilitaristi, una sorta di mix scanzonato e ridanciano di armate monicelliane, di soldati alla Salvatores, di irriverenze alla Richard Lester o alla Robert Altman. Una delle tante missioni di pace nei territori balcanici, un giovane pacifista convinto ma esageratamente velleitario che piomba nella compagnia di soldati capitanata dal padre Silvio Orlando, con il quale i conflitti sono arrivati all’apice (la famiglia, dicevamo), la cattura di un pericoloso criminale di guerra (episodio di grande attualità nel momento stesso in cui scriviamo). Il tutto espresso con una sana e scatenata fantasia...
                                              
Estratto da "scelte di campo" di F. Di Pace nel contesto della presentazione della 26ma SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA all'interno della 68ma MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA 2011


http://www.sicvenezia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=150%3Apresentazione-dipace&catid=51%3Asic-2011&lang=it


il regista FRANCESCO LAGI


il regista e ALBA ROHRWACHER

SILVIO ORLANDO e ALBA ROHRWACHER

Realizzazione palma_scultorea per l'opera teatrale "APOCALISSE... una domenica a Patmos" con Francesco Colella
foundfootage sound and music: Giuseppe D'Amato

APOCALISSE (una domenica a Patmos)

progetto grafico D. Tozzo

TEATRODILINA 
presenta
APOCALISSE (UNA DOMENICA A PATMOS)
da L’Apocalisse di Giovanni

con Francesco Colella
foundfootage music and sound Giuseppe D’Amato
musiche originali Alessandro Linzitto – “Linz”
scenografie Salvo Ingala
aiuto regia Leonardo Maddalena
regia Francesco Lagi
foto di D. Lasagni

APOCALISSE  (UNA DOMENICA A PATMOS) – Alcune note
Un uomo sta da solo su una piccola isola del Mediterraneo. È esiliato, costretto alla solitudine, lontano da tutto. Si chiama Giovanni. È domenica e su quell’isoletta tutto tace. Primo pomeriggio, monotono frinire di cicale, fa caldo. All’improvviso sente alle sue spalle una voce che lo chiama. Beato chi legge e chi ascolta e chi crede alla profezia perché il momento è vicino.

L’Apocalisse è la fine del mondo. L’Apocalisse non è uno scherzo. L’Apocalisse è una profezia. L’Apocalisse non è un racconto. L’Apocalisse è la verità. L’Apocalisse non è la realtà. L’Apocalisse è un attimo. L’Apocalisse non è una preghiera. L’Apocalisse è un paio di occhiali. L’Apocalisse non è un libro. L’Apocalisse è un coccio di vetro. L’Apocalisse non è uno zoo. L’Apocalisse è un attacco di panico. L’Apocalisse non è un regime dietetico. L’Apocalisse è una donna incinta. L’Apocalisse non è un cono da un euro. L’Apocalisse è ultima. L’Apocalisse non è una Mini Cooper. L’Apocalisse è un miele amaro. L’Apocalisse non è una partita di pallone. L’Apocalisse è un tuffo nel mare. L’Apocalisse non è una citazione. L’Apocalisse è l’inizio di un mondo nuovo.



Bologna
26/05/2011 ore 21.00 
Aula Magna di Santa Lucia, via Castiglione, 36

Roma
30/05/2011 ore 21.00
LOST IN LOFT, via Affogalasino, 34



foto di D. Lasagni

UBU 2010 - PREMIAZIONE

BOLOGNA giovedì 26/05/2011 ore 21

DIRETTA WEB ORE 21.00 SU www.classics.unibo.it/permanenza
Apocalisse
(una domenica a Patmos)
dall’Apocalisse di Giovanni
con Francesco Colella
regia
Francesco Lagi
Giovedì 26 maggio 2011, ore 21
Aula Magna di Santa Lucia

Nota di regia
Un uomo sta da solo su una piccola isola del Mediterraneo. È esiliato, costretto alla solitudine, lontano da tutto. Si chiama Giovanni e sta passando gli ultimi anni della sua vita. È domenica e su quell’isoletta tutto tace. Primo pomeriggio, monotono frinire di cicale, fa caldo. All’improvviso sente alle sue spalle una voce che lo chiama. E da quel momento, Giovanni si perde in un’esperienza ultraterrena. Sente cose che nessuno ha mai sentito e vede cose che nessuno ha mai visto. L’Apocalisse è la descrizione di questa esperienza, un resoconto che non si fa mai racconto, dove la percezione di Giovanni non è mai così cosciente da diventare
struttura narrativa. È un rapimento in estasi, in uno stato di sonno, di sogno, di visione. L’esperienza di un vecchio, picchiatello e abbandonato. Tutto si svolge in un attimo, non c’è dentro l’Apocalisse un tempo orizzontale che si srotola in modo progressivo, è una grande visione, un lungo e immediato big bang. La visione dell’Apocalisse è terribile, per lunghi tratti violenta e sanguinante, coinvolge Giovanni a tal punto e con una prepotenza tale che non gli lascia respiro. Quello che colpisce, però, una volta terminato il viaggio, è il senso di appagante serenità che lo pervade e che contagia il lettore o l’ascoltatore. Ecco, quello che vogliamo suggerire, al di là dell’orizzonte sacro o divino di questo che è l’ultimo libro della Bibbia, è un senso di profonda dolcezza. Si parla di un piccolo uomo solo, che accoglie il mistero del dolore umano e del
male del mondo. E avverte la possibilità di una nuova vita e la sensazione felice che presto ci sarà. O che è già arrivata.
Francesco Lagi

Da uomo ad animale, e di nuovo uomo. "L'asino d'oro" va in scena a Bologna

6 maggio 2010

Intervista a  Francesco Colella
A cura di: Matteo Benni
Dopo la lezione di Umberto Eco che aprirà il ciclo di letture di testi classici "Animalia", andrà in scena un monologo teatrale tratto dal famoso romanzo di Apuleio. La regia è di Francesco Lagi, unico interprete sul palco Francesco Colella. "E' il tentativo - dice - di raccontare un mistero"
Parte nell'Aula Magna di Santa Lucia l'appuntamento con le letture e riletture dei testi classici. "Animalia", e quindi il rapporto tra uomo, anima e animali, è il filo conduttore scelto per gli incontri di quest'anno. L'apertura è affidata a Umberto Eco, con la lezione "Animal ex anima. L'anima degli animali". Poi un momento di teatro: per la regia di Francesco Lagi, Francesco Colella porterà in scena, sotto forma di monologo, "L'asino d'oro" di Apuleio. Mentre era impegnato a preparare la scenografia e a mettere a punto gli ultimi dettagli tecnici, abbiamo trovato il tempo per fare qualche domanda all'attore.


Come siete arrivati, tu e Francesco Lagi, a decidere di mettere in scena "L'asino d'oro"?
Francesco ed io ci conosciamo da tempo, lui è un regista con uno sguardo molto pulito e moderno, e c'era la voglia di fare teatro insieme. Così abbiamo iniziato e leggere testi teatrali in cerca di spunti. A un certo punto, per caso, mi sono imbattuto nella lettura de "L'asino d'oro": ho subito pensato di proporlo e, visto che l'idea è piaciuta ad entrambi, abbiamo iniziato a lavorare sul testo.

Un testo che è, in originale, un romanzo. Come lo avete trasformato in un monologo teatrale?
Abbiamo iniziato a leggerlo insieme e mentre lo leggevamo abbiamo cercato di identificare un plot, un percorso poetico all'interno del testo. Abbiamo voluto il più possibile non tradire, nella trasposizione, lo spirito dell'opera. L'idea è stata quella di rendere la narrazione in soggettiva. L'attore è il protagonista, Lucio, e con lo scorrere della storia si imbatte nei vari personaggi via via incarnandoli: un uomo abitato da tante voci. Abbiamo quindi messo a punto uno scrittura fluida, liquida, che passa senza soluzione di continuità dalla prima alla terza persona e poi di nuovo alla prima.

Che cosa restituisce secondo te al lettore e in questo caso allo spettatore un testo come questo?
E' il tentativo di raccontare un mistero. Lucio, il protagnista, si trova in Tessaglia, una terra di incantesimi, misteriosa, un terra sospesa, ed è pieno di un'inquietudine adolescenziale, di curiosità e anche di sensualità. E' ospite del ricco Milone e di sua moglie Panfile, che con alcuni unguenti magici riesce a trasformarsi in uccello. A quella vista, anche Lucio vuole provare, ma per un errore si tramuta invece in un asino. Un errore che rappresenta la stortura della conoscenza: da uccello, animale che vola e quindi domina le cose, a una bestia, l'asino, con gli occhi che puntano il terreno, che soffre la fatica e i maltrattamenti. E' l'inizio di un percorso dolorosissimo nel quale però il protagonista entra in contatto con l'essenza più concreta dell'umanità, finisce per conoscere veramente chi sono gli uomini.

E come si chiude questo percorso?
Lucio ne esce come si esce da una malattia, c'è una sorta di rinascita. Non è la conquista della saggezza o l'arrivo della maturità, ma un ritorno a una strana innocenza, quasi infantile.

Quando si rivisita un testo classico si pone sempre il problema dell'attualizzazione: se mantenere o meno l'ambientazione passata, se fare qualcosa per adattarlo ai tempi. Come avete affrontato questo punto?
C'è poco da attualizzare in realtà. I classici contengono un mistero che va rispettato: c'è una distanza tra il mondo dei classici e il nostro e questa distanza va segnalata, non accorciata. Sono testi che vanno abitati come luoghi sconosciuti. L'attualizzazione, credo, finisce per impoverirli, è un cucirsi i testi addosso su misura, e così facendo i testi perdono valore. Credo si debba rispettare lo spirito delle parole, e offrire l'idea del mistero che il testo contiene. Penso che, in un caso come questo, il compito dell'attore sia offrire agli occhi del pubblico anche il disagio di abitare un tale mistero.

Sarai da solo sul palco. Come avete organizzato la messa in scena?
La messa in scena è stata un lavoro di squadra, collettivo. Oltre a Francesco Lagi ed io, ci sono le scene e i costumi di Margherita Baldoni, e lo svolgersi del racconto sarà accompagnato da una partitura musicale scritta per l'occasione da Giuseppe D'Amato e Linz. Io sarò su una pedana nera circolare, riempita di una sabbia bianca, qualcosa che restituisce l'idea di una spiaggia, ma anche una sensazione di sospensione. Insieme a me ci sarà soltanto una radice: una radice di quercia che abbiamo trovato e che ha la forma di una testa d'asino. Non è stata scolpita, l'abbiamo trovata già con quella forma. Mi servirà come appoggio, mi ci siederò sopra, ma diventerà anche un mio interlocutore.

Lo spettacolo andrà in scena dopo una lezione di Umberto Eco e all'interno di in una manifestazione universitaria.
E' un contesto bellissimo. Portare lo spettacolo in un'Università svela una curiosità e un interesse da parte del pubblico molto più forte e fresca di quanto può emergere in altre, più canoniche, situazioni. Credo che una serata come questa crei uno scambio molto bello. Si capisce da cose come queste quanto l'Università abbia voglia di uscire all'esterno, anche per rendere vivo quello che dentro l'Università si insegna e si studia.

GAZZETTA DEL SUD mercoledì 16 febbraio 2011

Al catanzarese Colella il premio Ubu 2010 
Francesco Colella e Gioele Dix durante la cerimonia di consegna degli UBU 2010
Danila Letizia
Il Premio Ubu 2010 per la categoria "Migliore attore non protagonista" per l'interpretazione in "Dettagli" di Lars Noren (di cui foto) e per "Il mercante di Venezia" è andato al catanzarese Francesco Colella.
Da qualche anno nella compagnia stabile del "Piccolo Teatro" di Milano guidata da Luca Ronconi il giovane talento della nostra terra ha catalizzato l'interesse dei critici, tanto che ad un certo punto... «Sono stato chiamato dal patron Franco Quadri che mi ha avvisato della nomination ed invitato ad essere presente alla cerimonia di premiazione», ci ha raccontato Colella.
«Ho urlato dalla gioia – ha poi aggiunto l'artista – perché è un riconoscimento critico che mi mancava. Evidentemente è trapelata dal mio attuale modo di recitare una certa crescita che si è liberata di alcuni formalismi ed ha acquisito una maggiore naturalezza che arriva di più al pubblico».
- C'è una motivazione particolare che ti ha consentito di avere questa evoluzione?
«Penso che la maturazione di alcune mie vicende personali che mi hanno fatto crescere come persona sia coincisa con una diversa modalità di comunicare attraverso questo mestiere. In più cerco continuamente di coltivare mie esperienze professionali a latere, oltre che godere del privilegio di essere uno strumento dell'arte di Ronconi, che mi permettono di mettermi continuamente alla prova. Uscirà, infatti, un film nelle sale cinematografiche in autunno prossimo con Silvio Orlando a cui ho partecipato, sono Renzo nella rielaborazione del Testori "I Promessi Sposi alla prova" ed il 27 maggio, per esempio all'Università di Bologna sarò solo ne "L'Apocalisse di Giovanni" con la regia di Francesco Lagi con il quale ho fatto "L'asino d'oro" al Politeama di Catanzaro lo scorso maggio».
- A proposito della tua città e dei circuiti teatrali che cosa pensi?
«Per me il Teatro è riflessione su di sé attraverso quello che viene rappresentato sulla scena e non mera ammirazione dei virtuosismi di questo o quell'attore. Se un teatro serve solo a dare lustro alla città allora si è sulla strada sbagliata perché il motore principale dovrebbe essere quello della conoscenza altrimenti si tratta di un rito appassito».
- Cosa ricorda dei suoi primi passi?
«Ho iniziato con Lillo Zingaropoli, e poi sono passato alla scuola di Salvatore Corea, che oltre ad essere formatrice della mia attuale professione, è stata importante nella formazione della mia vita. Mi ricordo soprattutto l'insegnamento di Salvatore che ripeteva: "L'accoglienza e l'andare d'accordo sono le cose da cui partire". Ho anche un bellissimo ricordo di Pino Michienzi che per me, fin da quando ero piccolo, è stato un punto di riferimento».
L'Ubu fondato nel 1979 dal critico Franco Quadri, è considerato il riconoscimento più importante di teatro in Italia ed è così chiamato dal riferimento all'opera teatrale Ubu re (Ubu roi) di Alfred Jarry, drammaturgo francese.