L'ASINO D'ORO SECONDO COLELLA - di Arianna Lamanna
Al teatro Politeama la trasposizione teatrale dell'opera di Apuleio
« Lettore, presta attenzione: ti divertirai » (Apuleio, Le metamorfosi) ed è su questa linea che il pubblico del Teatro Politeama di Catanzaro ha accolto con grande interesse lo spettacolo “L’asino d’oro” di e con Francesco Colella: originario di Catanzaro, è un attore di grande talento avvalorato da prestigiose esperienze nel panorama teatrale italiano, grazie alla nutrita passione per il teatro coltivata fin da ragazzino quando frequentava ..la Scuola.. di teatro Enzo Corea, ha poi proseguito gli studi presso l’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico a Roma, da alcuni anni lavora al Teatro Piccolo di Milano ed è uno degli attori prediletti del maestro Luca Ronconi. Per la prima volta Francesco Colella ha portato nella sua città natale uno spettacolo che mette in scena l’opera più famosa di Lucio Apuleio: “L’asino d’oro” con la regia di Francesco Lagi, le scene e i costumi di Margherita Baldoni e le musiche originali di Giuseppe D’Amato e Linz. Questa messa in scena è stata preceduta da un’importante tappa presso l’Università di Bologna con una prolusione di Umberto Eco dal titolo “Animal ex anima. L’anima degli animali”, il quale dopo aver assistito al monologo di Colella ha espresso grande ammirazione. L'asino d'oro, opera del del II sec. a.C., racconta le avventure di Lucio, trasformato per incanto in asino, ritornerà uomo dopo un percorso di conoscenza che lo guida dalla fase giovanile a quella adulta. La favola si svolge come da tradizione, tessendo relazioni fra gli dei e gli uomini, in un magico intreccio fra natura animale e umana. L’opera scritta nello ‘stile orale’ dove il narratore è presente nella storia come personaggio, fonte diretta che ha vissuto in prima persona i fatti. E in effetti nella trasposizione teatrale di questo spettacolo scritto da Colella e Lagi, il romanzo originario muta intelligentemente in monologo teatrale, senza però intaccare l’essenza poetica dell’opera antica: la drammaturgia presenta una scrittura fluida, passando dalla prima alla terza persona, ritornando abilmente alla prima. Tenuto conto che la narrazione in soggettiva, non è cosa semplice, brilla in questo monologo l’interpretazione di Francesco Colella come “un uomo abitato da tante voci”: mentre narra la storia di Lucio incrocia vari personaggi rappresentandoli tutti in un magnifico ritmo di immedesimazioni come continue incarnazioni che si alternano spesso in modo interlocutorio con il pubblico, quasi da teatro di contatto. Inoltre c’è da aggiungere che Colella ha mostrato tutta la sua abilità tecnica vocale nella scelta di recitare a ‘voce nuda’, senza l’ausilio del microfono, troppo usato oggigiorno in teatro a discapito però delle tecniche peculiari del teatro stesso. Il pubblico del Politeama ha premiato con grande ovazione lo spettacolo dell’artista catanzarese che speriamo di rivedere più spesso calcare anche i grandi teatri calabresi.
Arianna Lamanna (arialibera)
"Sulla precaria identità dell'uomo...!"
Terramara, il blog Journal d’informazione indipendente, a firma di Mario Casaburi, titola così l'evento che ha portato Francesco Colella al Politeama di Catanzaro.
"E' il messaggio contenuto ne, “L’asino d’oro”, la più importante opera di Apuleio, messa in scena ieri sera, al teatro Politeama, grazie all'ottima prova dell'attore, Francesco Colella, e del regista, Francesco Lagi. Ottima l'intuizione di trasformare il romanzo in un monologo preceduto dalla lezione "Animal ex anima" di Umberto Eco.
"E' il messaggio contenuto ne, “L’asino d’oro”, la più importante opera di Apuleio, messa in scena ieri sera, al teatro Politeama, grazie all'ottima prova dell'attore, Francesco Colella, e del regista, Francesco Lagi. Ottima l'intuizione di trasformare il romanzo in un monologo preceduto dalla lezione "Animal ex anima" di Umberto Eco.
E’ partito dall’Aula Magna di Santa Lucia dell’Università di Bologna l’appuntamento con le letture e riletture dei testi classici. All’apertura, affidata a Umberto Eco, con la lezione“Animal ex anima. L’anima degli animali”, è seguito un momento di teatro, registaFrancesco Lagi, con Francesco Colella, che, sotto forma di monologo, ha recitato alcuni brani .
Lo spettacolo è proseguito l’11 maggio, al teatro “Politeama” di Catanzaro, dove, presente un pubblico attento e partecipe, molti i giovani, Colella, attore con una lunga esperienza teatrale con il Maestro Luca Ronconi, ha offerto una eccezionale prova.
A regista e protagonista abbiamo chiesto: “Come avete trasformato un romanzo,“L’asino d’oro”, in un monologo teatrale?
“Abbiamo iniziato a leggerlo insieme e mentre lo leggevamo - ha spiegato Colella - abbiamo cercato di identificare un plot, un percorso poetico all’interno del testo. Abbiamo voluto il più possibile non tradire, nella trasposizione, lo spirito dell’opera. L’idea è stata quella di rendere la narrazione in soggettiva. L’attore è il protagonista, Lucio, e con lo scorrere della storia si imbatte nei vari personaggi via via incarnandoli: un uomo abitato da tante voci. Abbiamo quindi messo a punto una scrittura fluida, liquida, che passa senza soluzione di continuità dalla prima alla terza persona e poi di nuovo alla prima”.
Offrire al pubblico di oggi un classico è particolarmente impegnativo e difficile. Colella e Lagi hanno lavorato con grande sensibilità, evitando consapevolmente i pericoli di un’attualizzazione astorica e antistorica dell’opera di Apuleio.
“C’è poco da attualizzare in realtà. I classici - ha osservato l’attore - contengono un mistero che va rispettato: c’è una distanza tra il mondo dei classici e il nostro e questa distanza va segnalata, non accorciata. Sono testi che vanno abitati come luoghi sconosciuti. L’attualizzazione, credo, finisce per impoverirli, è un cucirsi i testi addosso su misura, e così facendo i testi perdono valore. Credo si debba rispettare lo spirito delle parole, e offrire l’idea del mistero che il testo contiene. Penso che, in un caso come questo, il compito dell’attore sia offrire agli occhi del pubblico anche il disagio di abitare un tale mistero”.
Il messaggio che Lagi e Collella hanno voluto trasmettere è particolarmente incisivo, l’animalità caratterizza molti comportamenti dell’uomo.
“Il nostro è il tentativo di raccontare un mistero - hanno aggiunto i due uomini di teatro - ”. Lucio, nelle sembianze e nelle vesti di un umile animale, continuamente maltrattato e bastonato, comprende l’essenza dell’essere uomo, comprende gli uomini nel loro agire.
Colella tiene ad evidenziare “il lavoro di squadra, collettivo” del gruppo teatrale. Oltre a Francesco Lagi ci sono le scene e i costumi di Margherita Baldoni e la partitura musicale scritta per l’occasione da Giuseppe D’Amato e Linz.
Umberto Eco si è detto entusiasta dello spettacolo e del modo di veicolare i classici nel presente. Non si può non concordare col grande scrittore, Collella e Lagi hanno saputo offrire uno spettacolo in cui mistero, magia, amore, animalità, bestialità rappresentano la condizione dell’uomo, ne costituiscono il paradigma, hanno fatto una riflessione attualissima sulla precaria identità dell'uomo, hanno reso vivo un messaggio culturale di alto profilo."
FRANCESCO COLELLA AL POLITEAMA DI CATANZARO
Francesco Colella torna a Catanzaro per la prima volta da attore professionista con L'ASINO D'ORO (Apuleio).
UN PROGETTO DI FRANCESCO COLELLA E FRANCESCO LAGI.
SCENOGRAFIA E COSTUMI DI MARGHERITA BALDONI.
Un uomo si ritrova trasformato in un asino.
Perde all'improvviso tutto ciò che si era conquistato in una vita, la postura, la dignita', soprattutto perde la parola.
Solo mangiando delle rose potra' tornare uomo.
E da qui cominciano le sue disavventure.
Scritto nel II secolo dopo Cristo, L'asino d'oro, noto anche come "Metamorfosi", è un romanzo di formazione, un viaggio di conoscenza dall'eta' giovanile a quella adulta . Attraverso le peripezie del suo personaggio principale, Lucio, trasformato da un incantesimo in asino e poi ritornato uomo dopo molte avventure, l'autore racconta in un modo fra il fiabesco e il rapsodico, la presa di coscienza, il diventare "grande" e dunque consapevole di un ragazzo facilone e scapestrato. Oltre che la storia di Lucio, nel romanzo, come in una specie di Mille e una notte asinina, si intrecciano anche altre storie d'amore, di morte, di punizione, di vizio e sregolatezza. Un romanzo sulla vita, insomma, che come da tradizione , gioca sui rapporti fra gli dei e gli uomini, fra il mondo animale e quello umano.
UN PROGETTO DI FRANCESCO COLELLA E FRANCESCO LAGI.
SCENOGRAFIA E COSTUMI DI MARGHERITA BALDONI.
Un uomo si ritrova trasformato in un asino.
Perde all'improvviso tutto ciò che si era conquistato in una vita, la postura, la dignita', soprattutto perde la parola.
Solo mangiando delle rose potra' tornare uomo.
E da qui cominciano le sue disavventure.
Scritto nel II secolo dopo Cristo, L'asino d'oro, noto anche come "Metamorfosi", è un romanzo di formazione, un viaggio di conoscenza dall'eta' giovanile a quella adulta . Attraverso le peripezie del suo personaggio principale, Lucio, trasformato da un incantesimo in asino e poi ritornato uomo dopo molte avventure, l'autore racconta in un modo fra il fiabesco e il rapsodico, la presa di coscienza, il diventare "grande" e dunque consapevole di un ragazzo facilone e scapestrato. Oltre che la storia di Lucio, nel romanzo, come in una specie di Mille e una notte asinina, si intrecciano anche altre storie d'amore, di morte, di punizione, di vizio e sregolatezza. Un romanzo sulla vita, insomma, che come da tradizione , gioca sui rapporti fra gli dei e gli uomini, fra il mondo animale e quello umano.
Botteghino Teatro Politeama
Via Jannoni, 88100 Catanzaro.
Tel. 0961.501818 - 501819 (biglietteria)
Fax 0961.501859Il botteghino del Teatro Politeama sarà aperto, dal lunedì al sabato, nei seguenti orari:
dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.00
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L'ASINO D'ORO A BOLOGNA presentato da UMBERTO ECO
"Animalia". Al via il 6 maggio il nuovo ciclo di lezioni e letture classiche
Per il nono anno consecutivo, il Centro Studi La Permanenza del Classico, diretto dal prof. Ivano Dionigi, offre ad università e città un ciclo di letture in cui alla parola di protagonisti della cultura contemporanea fanno il controcanto testi greci, latini e giudaico-cristiani, affidati alla voce di grandi interpreti di cinema e teatro.
Si intitolerà Animalia il ciclo di letture articolato su "umanità degli animali" e "animalità dell'uomo": declinata in prospettiva storico-culturale, religiosa, scientifica e politica, prenderà avvio il 6 maggio con la lezione Animal ex anima. L'anima degli animali. Umberto Eco ripercorrerà le diverse concezioni elaborate dalla scienza, dalla filosofia e dalla teologia - tra l'antichità e la modernità - per giustificare o per negare la differenza fra uomo e animale. Accanto alla lezione, lo spettacolo L'Asino d'oro di Francesco Lagi e Francesco Colella, due giovani talenti del nostro teatro, che proporranno in forma di monologo drammatico l'omonimo romanzo di Apuleio, quale riflessione attualissima sulla precaria identità dell'uomo.
L' evento sarà trasmesso in diretta dall'Aula Magna di Santa Lucia di Bologna a partire dalle ore 21 su:
http://www.muspe.unibo.it/live/animalia.htm
Francesco Colella su LINUS di marzo 2010
Pagine 88 e 89, Renato Palazzi, nella sua rubrica LINUSTEATRO, traccia il profilo, dal titolo "GIFUNI E I SUOI FRATELLI", di "NUOVI ATTORI" che "CRESCONO E SI IMPONGONO ALL'ATTENZIONE NAZIONALE. UNA MAPPA DI QUESTO PANORAMA IN VORTICOSO DIVENIRE".Tra i 22 attori che si stanno imponendo sui palcoscenici italiani, secondo l'autorevole Renato Palazzi, c'è anche Francesco Colella: "...di scuola ronconiana è anche il bravo Francesco Colella, visto in vari, notevoli spettacoli del Picoolo Teatro, ad esempio nel mirabile Infinities, dove era uno dei direttori dell'albergo infinito, ma soprattutto nel recente Dettagli, un altro testo di Norén di cui era l'irresistibile protagonista maschile al fianco del più anziano Giovanni Crippa...".
Gli fanno compagnia nomi come Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giuseppe Battiston, Elena Ghiaurov, Melania Giglio, ... e altri. "Un nutrito gruppo di attori" che "si sta perentoriamente imponendo all'attenzione nazionale, affiancandosi poco a poco a quel ristretto numero di colleghi più maturi e collaudati, da Massimo Popolizio a Toni Servillo, a Sandro Lombardi, che già da tempo vanno lasciando una traccia determinante sui nostri palcoscenici."...
Un numero, il n°3 di LINUS 2010, da non perdere. Per chi ama il teatro, per chi segue Francesco.
Considerazioni ALTE sul teatro e ... Di R. Palazzi
Che cosa è totalmente e inesorabilmente calato nel Novecento, e che cosa invece potrebbe spingerci o accompagnarci nel domani? Un piccolo gioco-esercizio intellettuale dal quale non è escluso che si riesca a ricavare qualche interessante indicazione.
Forse molti non se ne sono accorti, ma sono già passati dieci anni da quando abbiamo varcato le frontiere del Duemila. Dieci anni, nella nostra vita, possono essere pochi o tantissimi, ma in questo caso hanno un significato preciso, ovvero che chiunque abbia superato le soglie della pubertà appartiene al secolo scorso. Appartenere al secolo scorso non è in sé una colpa: ma nel campo delle idee e delle abitudini culturali tante cose che ci appaiono attuali si stanno impercettibilmente allontanando. Il Novecento, poi, è stato un secolo particolare, fatto di vertiginose spinte in avanti e di improvvise inversioni di marcia, di sussulti e di cadute.
Ora, a mio avviso, esso sta diventando, più che un arco di tempo, una categoria del pensiero che ci si impone di cominciare a decifrare. Quanti concetti, quanti schemi intellettuali su cui quasi inconsapevolmente continuiamo a fare conto restano in fondo direttamente legati alle sue radici? E spesso si tratta proprio di quelle esperienze che allora risultavano più avanzate e innovative. Non è detto che oggi debbano essere considerate superate: ma dobbiamo prepararci a sottoporle a qualche attenta verifica.
Io, personalmente, mi sento troppo affezionato ai miei antichi pregiudizi per procedere a una selezione troppo approfondita: ma essendo la questione affascinante, trovo utile provare ad affrontarla con un piccolo gioco dal quale si potrebbe ricavare qualche interessante indicazione. Vi invito dunque a dedicare una minima parte del vostro tempo a stilare - arbitrariamente, soggettivamente - dei personali elenchi di ciò che a vostro parere rimane del tutto calato nel Novecento, e di ciò che invece potrebbe accompagnarci nel domani. Lo propongo come gioco perché il gioco è, appunto, innocuo, senza conseguenze: non comporta sentenze definitive, non implica di buttare via nulla, ma nella sua libertà può suggerirci dei criteri, può persino aiutarci a riconsiderare con occhio diverso qualche mito consolidato.
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Partiamo da alcune solide certezze: il Sessantotto, con tutto quanto ne consegue, slogan, occupazioni, barricate, cubetti di porfido appartiene inequivocabilmente al Novecento, così come i Beatles, lo scioglimento dei Beatles, i libri di Jan Fleming e Casablanca. Sui canti delle mondine avrei invece qualche dubbio, così come sull’eskimo e sugli western italiani. Le “strisce” di Schulz, le vignette di Copi e quelle di Wiz il mago - non perché questo articolo è pubblicato su “Linus” - pur collocandosi nel cuore del Novecento lo trascendono e non perdono il potere di graffiare e provocare. Umberto Eco, a occhio e croce, è Novecento, mentre Mike Bongiorno è già assurto a una dimensione assolutamente universale.
Partiamo da alcune solide certezze: il Sessantotto, con tutto quanto ne consegue, slogan, occupazioni, barricate, cubetti di porfido appartiene inequivocabilmente al Novecento, così come i Beatles, lo scioglimento dei Beatles, i libri di Jan Fleming e Casablanca. Sui canti delle mondine avrei invece qualche dubbio, così come sull’eskimo e sugli western italiani. Le “strisce” di Schulz, le vignette di Copi e quelle di Wiz il mago - non perché questo articolo è pubblicato su “Linus” - pur collocandosi nel cuore del Novecento lo trascendono e non perdono il potere di graffiare e provocare. Umberto Eco, a occhio e croce, è Novecento, mentre Mike Bongiorno è già assurto a una dimensione assolutamente universale.
Non vorrei dire un’eresia, ma ho l’impressione che l’Ulisse di Joyce sia profondamente conficcato nel Novecento, mentre Kafka se ne distacca alla grande. Con buona pace dei collezionisti, Picasso mi fa pensare al Novecento, eMarcel Duchamp guarda negli occhi il Duemila. I “tagli” di Lucio Fontana sono un altissimo prodotto del Novecento, i “cretti” di Burri sfuggono a qualunque tentativo di definirli o classificarli. Sfido anche l’impopolarità affermando che Fabrizio De Andrè mi sembra abbastanza Novecento, e invece Giorgio Gaber va collocato in un orizzonte ben più ampio.
Fellini, secondo me, non lo schiodi dal Novecento, Antonioni aspetta ancora che arrivi il suo momento.Bergman è ancora lì a macerarsi nel Novecento, Hitchcock se la ride di qualunque calendario. Mastroianni è Novecento, Nino Rota ci toccherà ascoltarlo per i secoli a venire. Gassman è un superbo animale del Novecento, a Tognazzi starebbe stretto anche il Duemila. Marlon Brando sarà il più grande del Novecento, ma il profilo spigoloso di Clint Eastwood resta scolpito nel presente. Nicole Kidman non ha mai superato le soglie del Novecento, Sharon Stone è nel Duemila, e lotta insieme a noi. Per quanto riguarda la Bardot, nel suo genere è inarrivabile: ma una che si faceva chiamare B.B., come si fa a non trovarla indissolubilmente Novecento?
Ma proviamo ad applicare il procedimento al mondo del teatro, come è giusto che sia, giacché è di questo che la rubrica si occupa. Per quanto riguarda le strutture, si pensava che i teatri Stabili, coi loro apparati spettacolari, coi loro consigli d’amministrazione, con la loro idea di servizio pubblico fossero una conquista acquisita, e stanno invece dimostrandosi una tipica realtà del Novecento. Negli anni Duemila va emergendo la funzione di certi nuovifestival, che non sono più delle semplici vetrine di spettacoli, ma diventano dei laboratori permanenti, dei centri produttivi, dei sensibili osservatori su quanto avviene nel territorio.
I ricchi e imponenti impianti scenografici sono terribilmente Novecento, i muri nudi e scrostati del palcoscenico sono totalmente anni Duemila. I costumi sono Novecento, i jeans, le felpe, le t-shirt stampate, letute sportive sono anni Duemila. La regia, quella degli Strehler e dei Visconti, è palesemente Novecento: gli stessi registi più importanti, in qualche misura, se ne sono accorti, tant’è che sempre più spesso, anziché allestire i grandi testi nella loro totalità, propongono delle scene da (Amleto, Romeo e Giulietta), degli smontaggi e rimontaggi dei testi, degli “studi” comunque fuori dalla logica del prodotto finito. Si impongono, negli anni Duemila, certe procedure di composizione collettiva dove la definizione e il ruolo stesso della regia spariscono, sostituiti da altre modalità di interventi creativi. È prettamente figlio del Novecento, ma assolutamente evergreen, Luca Ronconi, che a settantasei anni e in difficili condizioni fisiche non ha perso la volontà di sperimentare, di mettersi in discussione.
Sono inesorabilmente Novecento le “attualizzazioni” dei classici, coi nazisti, i marines, i blindati della guerra in Iraq che irrompono nei drammi di Shakespeare o di Ibsen. Sono anni Duemila i testi detti, enunciati, neppure recitati ma riversati addosso al pubblico da attori immobili che li pronunciano con toni più o meno impersonali. Lo “straniamento” è Novecento, ma con Brecht non abbiamo ancora finito di fare i conti. È Novecento l’idea in sé di sperimentazione, di teatro di ricerca, è anni Duemila il dare per acquisite certe nuove forme espressive diverse dalle precedenti, in una dimensione in cui cadono le distinzioni fra avanguardia e tradizione. E’ Novecento far recitare dei finti extracomunitari, dei finti tossicodipendenti, dei finti carcerati. E’ anni Duemila portare in scena dei delinquenti veri.
Grotowski è del Novecento, i lituani sono del Duemila. Il Living Theatre è del Novecento, Carmelo Bene è già proiettato nel Tremila. Dario Fo è del Novecento, Walter Chiari si sottrae fulgidamente a ogni collocazione temporale. Sono del Novecento Sarah Kane, Mark Ravenhill e tutti gli esponenti della drammaturgia inglese pulpe affannosamente trasgressiva, sono del Duemila Tim Crouch, Martin Crimp e gli altri autori che smontano e azzerano le strutture del copione. Con l’eccezione di Lagarce, che a quindici anni dalla morte resta ancora in gran parte da scoprire, temo che il teatro francese tutto in blocco, da Anouilh a Genet, da Camus a Sartre, sia completamente Novecento. Koltès sembra per ora saldamente ancorato alle nostre aspettative di abitanti del Duemila, ma attenzione: tra non molto potrebbe essere a sua volta risucchiato nei meandri del Novecento.
Da sempre e per sempre le atmosfere sospese e i dialoghi inconcludenti di Pinter sono immersi inequivocabilmente nel Novecento, e da lì non si esce, mentre Thomas Bernhard - con le sue amabili ossessioni, con la sua scrittura ondivaga, priva di un assetto stabilito - ci accompagnerà costantemente attraverso i secoli. Cechov è sotto ogni aspetto del Novecento, anzi è una prefigurazione, una folgorante sintesi ante litteram degli stati d’animo dell’uomo novecentesco, ma questo non significa nulla: potremo mai fare a meno di uno che aveva previsto fin da un secolo fa l’avvento delle villette a schiera?
Non oso dirlo neppure a me stesso, ma l’autentica incognita, il quesito davvero imbarazzante potrebbe a mio avviso riguardare Samuel Beckett: lui resta chiaramente il più grande di tutti, il più definitivo, una fonte di suggestioni praticamente inesauribile: ma comincia a insinuarsi qualche lieve sospetto che proprio questa sua grandezza senza mezzi termini sia di per sé un concetto vagamente novecentesco.
Renato Palazzi
Tratto da www.linus.net
DETTAGLI: RECENSIONE DI FRANCO QUADRI SU REPUBBLICA
La vita secondo Norén un viaggio nel caso
Repubblica — 13 febbraio 2010 pagina 46 sezione: SPETTACOLI
L' ARRIVO al Piccolo Teatro dello svedese Lars Norén con due suoi testi nuovi per l' Italia (ora Dettagli e da lunedì prossimo anche 20 novembre ), dopo quelli di Lagarce l' anno scorso,è un fatto importante che dovrebbe essere normale per un teatro stabile come del resto avviene all' estero: si tratta infatti in entrambi i casi di autori importanti e affermati anche al di fuori del loro paese. Rivale di Bergman come regista e discepolo di O' Neill come scrittore, Norén ha anche una storia italiana, negli anni 90 ha presentato al Piccolo una sua regia di Danza di morte e ha frequentato i nostri festival con la sua compagnia, diversi suoi testi sono stati inscenati in italiano e i maggiori oggi trionfano a Parigi, Londra, Broadway. Scritto all' inizio del secolo, Dettagli, come il precedente Demoni, fa parte della serie dei suoi quartetti e mette in scena due coppie destinate a scambiarsi con giochi che però nel nuovo lavoro evitano ogni tipo di macchinosità. Le due coppie, formate all' inizio da un editore e una dottoressa di ospedale e da un autore di teatro e una scrittrice, intellettuali con qualche problema nei riguardi dei figli e difficoltà ad averne altri, che si incontrano per motivi di lavoro e arrivano presto a scambi a volte provvisori, portati dalla comune inquietudine a frequenti viaggi all' estero, specialmente in Italia, anzi in Toscana, e a New York, ma per una di loro di origine ebraica ci sarà alla fine anche una meta israeliana. La storia abbastanza convulsa per i continui cambiamenti di vita dura un decennio, dal maggio ' 89 al dicembre ' 99, ma ha la caratteristica fondamentale che ogni sua svolta dipende da minimi dettagli, quindi praticamente dal caso. Una grande trovata che, attagliandosi al nonsenso che ci governa, dà a questa commedia drammatica e sempre imprevedibile, la verità e la grandezza di una acuta interpretazione della vita, che ha anche il gusto e il merito di non dirci tutto. Perché i "dettagli" che ci vengono esposti dalla scrittura non coprono ovviamente l' intero periodo della vicenda ma a volte ce ne nascondono dei mesi interi, come si vede dal testo e anche nel quadro di fondo dello spettacolo, diretto con l' affettuosa cura che sempre lo distingue da Carmelo Rifici. E non era facile, dato proprio il convulso succedersi degli avvenimenti, il rovesciarsi delle situazioni, i trasferimenti di luoghi, reso comunque in pieno dalle grandi interpretazioni dei quattro protagonisti grondanti verità e capacità di distanziazione al tempo stesso e sempre in grado di entrare in personalità che contraddicono il loro modo di essere. E si diversificano anche tra loro dalla maschera senza maschera in cui sparisce e rivive Francesco Colella alla facilità con cui Giovanni Crippa trasforma l' intellettuale dei suoi inizi nel vagabondo senza più certezze del finale, dai diversi smascheramenti di Melania Giglio e di Elena Ghiaurov che approderanno via via dalle loro compassate presenze all' angoscia dell' impossbile approdo alla maternità. Il tutto nell' ambiente dispersivo e non facile del Teatro Studio dove al riuscito disordine delle file di panche centrali viene contrapposto un greve sfondo inutilmente aeroportuale dalla scenografia di Guido Buganza, mentre le musiche di Daniele D' Angelo aggravano le sordità irrisolte della sala a danno delle voci. Peccato, ma nonostante tutto siamo di fronte a un grande spettacolo. - FRANCO QUADRI
Tratto da repubblica.it .
Repubblica — 13 febbraio 2010 pagina 46 sezione: SPETTACOLI
L' ARRIVO al Piccolo Teatro dello svedese Lars Norén con due suoi testi nuovi per l' Italia (ora Dettagli e da lunedì prossimo anche 20 novembre ), dopo quelli di Lagarce l' anno scorso,è un fatto importante che dovrebbe essere normale per un teatro stabile come del resto avviene all' estero: si tratta infatti in entrambi i casi di autori importanti e affermati anche al di fuori del loro paese. Rivale di Bergman come regista e discepolo di O' Neill come scrittore, Norén ha anche una storia italiana, negli anni 90 ha presentato al Piccolo una sua regia di Danza di morte e ha frequentato i nostri festival con la sua compagnia, diversi suoi testi sono stati inscenati in italiano e i maggiori oggi trionfano a Parigi, Londra, Broadway. Scritto all' inizio del secolo, Dettagli, come il precedente Demoni, fa parte della serie dei suoi quartetti e mette in scena due coppie destinate a scambiarsi con giochi che però nel nuovo lavoro evitano ogni tipo di macchinosità. Le due coppie, formate all' inizio da un editore e una dottoressa di ospedale e da un autore di teatro e una scrittrice, intellettuali con qualche problema nei riguardi dei figli e difficoltà ad averne altri, che si incontrano per motivi di lavoro e arrivano presto a scambi a volte provvisori, portati dalla comune inquietudine a frequenti viaggi all' estero, specialmente in Italia, anzi in Toscana, e a New York, ma per una di loro di origine ebraica ci sarà alla fine anche una meta israeliana. La storia abbastanza convulsa per i continui cambiamenti di vita dura un decennio, dal maggio ' 89 al dicembre ' 99, ma ha la caratteristica fondamentale che ogni sua svolta dipende da minimi dettagli, quindi praticamente dal caso. Una grande trovata che, attagliandosi al nonsenso che ci governa, dà a questa commedia drammatica e sempre imprevedibile, la verità e la grandezza di una acuta interpretazione della vita, che ha anche il gusto e il merito di non dirci tutto. Perché i "dettagli" che ci vengono esposti dalla scrittura non coprono ovviamente l' intero periodo della vicenda ma a volte ce ne nascondono dei mesi interi, come si vede dal testo e anche nel quadro di fondo dello spettacolo, diretto con l' affettuosa cura che sempre lo distingue da Carmelo Rifici. E non era facile, dato proprio il convulso succedersi degli avvenimenti, il rovesciarsi delle situazioni, i trasferimenti di luoghi, reso comunque in pieno dalle grandi interpretazioni dei quattro protagonisti grondanti verità e capacità di distanziazione al tempo stesso e sempre in grado di entrare in personalità che contraddicono il loro modo di essere. E si diversificano anche tra loro dalla maschera senza maschera in cui sparisce e rivive Francesco Colella alla facilità con cui Giovanni Crippa trasforma l' intellettuale dei suoi inizi nel vagabondo senza più certezze del finale, dai diversi smascheramenti di Melania Giglio e di Elena Ghiaurov che approderanno via via dalle loro compassate presenze all' angoscia dell' impossbile approdo alla maternità. Il tutto nell' ambiente dispersivo e non facile del Teatro Studio dove al riuscito disordine delle file di panche centrali viene contrapposto un greve sfondo inutilmente aeroportuale dalla scenografia di Guido Buganza, mentre le musiche di Daniele D' Angelo aggravano le sordità irrisolte della sala a danno delle voci. Peccato, ma nonostante tutto siamo di fronte a un grande spettacolo. - FRANCO QUADRI
Tratto da repubblica.it .
DETTAGLI: RECENSIONE DI RENATO PALAZZI
Dettagli e 20 novembre
Dopo Lagarce, Norén: il Piccolo Teatro prosegue il suo percorso fra le pieghe della drammaturgia contemporanea proponendo due pièce di questo autore svedese già noto in Italia, ma ancora in parte da scoprire. Sono due testi insieme affini e in qualche modo opposti: affini, perché entrambi affondano robuste radici nella realtà, una realtà permeata di tormenti esistenziali e convulsioni naturalistiche. Opposti, perché l'uno intreccia le storie di diversi personaggi, due coppie che si incrociano, si scompongono e si ricompongono, mentre l'altro è il monologo di un ragazzo al centro di un grave episodio di cronaca nera. L'uno attinge al "privato" di un raffinato milieu intellettuale, l'altro a un'acre marginalità sociale, anche se i confini fra le due sfere sembrano piuttosto labili.
Il primo si intitola Dettagli, e ricostruisce appunto i minuti dettagli di quattro vite comunque destinate all'infelicità. I protagonisti, un giovane autore teatrale, un'aspirante scrittrice, un più maturo editore e sua moglie, che fa il medico, vengono seguiti lungo l'arco di un decennio, dal maggio 1989 al dicembre '99, nei loro continui spostamenti fra ospedali di Stoccolma, alberghi di New York, ville in Toscana. Fra un viaggio e l'altro si incontrano, si attraggono, si cercano, si risposano fra loro, ma il risultato sostanzialmente non cambia: dietro i miraggi del benessere, dietro le apparenze del successo la loro vita resta un concentrato di insoddisfazione, di solitudine, di vuoto.
Amplificando l'attenzione ai risvolti di una tracimante quotidianità, Norén compone una sorta di impassibile catalogo di frustrazioni, psicosi, ipocondrie, atti autolesionistici spinti quasi alle soglie di una vaga esasperazione patologica, ma sempre trattenuti un attimo prima di varcarle, giacché i personaggi sono troppo colti e salottieri per incorrere in veri disturbi mentali. Tra donne ossessionate dall'ovulazione e uomini perennemente alla ricerca di qualcosa che non c'è, la sua scritturasembra assemblare vari modelli più o meno illustri, O'Neill, Bergman, soprattutto l'Albee di Chi ha paura di Virginia Woolf?, riecheggiati con indubbio talento, ma qua e là con qualche manierismo.
Molto opportunamente il regista Carmelo Rifici - lo stesso che aveva allestito I pretendenti di Lagarce (recensione) - prova a prosciugare questa accesa partitura di tormenti interiori, riscattandone gli eccessi in una sottile e stupita risonanza ironica, conferendole una leggerezza quasi astratta. Lo scenografo Guido Buganza sfrutta bene lo spazio centrale del Teatro Studio, dislocando l'azione in una serie di "luoghi deputati" puramente indicativi, tavolini da bar, sale d'aspetto, pedane, tapis roulant che ne smembrano i concitati sviluppi isolandoli come su un vetrino da laboratorio.
Sullo sfondo, un tabellone da aeroporto che riporta, anziché le destinazioni di eventuali voli, i diversi ambienti in cui si svolge la vicenda, e uno schermo su cui scorrono immagini che assecondano la costruzione "cinematografica" del racconto conferiscono ulteriori stratificazioni stilistiche a questo eccellente spettacolo, che conferma in pieno le qualità di un giovane regista ormai pronto per grandi traguardi. Gli interpreti sono tutti di ottimo livello, ma il bravissimo Francesco Colella e la scatenata Melania Giglio paiono avere in questo caso una marcia in più rispetto ai pur efficaci Elena Ghiaurov e Giovanni Crippa.
Non c'è invece proprio posto per la leggerezza in 20 novembre, che è la cupa ricostruzione di un fatto di sangue accaduto qualche anno fa, il folle gesto di un diciottenne che fece strage di insegnanti e compagni di scuola, affidando le proprie spiegazioni a un video programmato la sera prima su YouTube. Norén ne ripercorre il febbrile delirio cercandone le motivazioni nei modelli culturali sbagliati, nell'influenza dei videogame, nell'impossibilità di farsi ascoltare da una società indifferente. E qui, a mio avviso, si rivela il limite dell'autore, che è l'adesione troppo piatta alla nuda sostanza degli avvenimenti, senza veri guizzi metaforici.
Il testo affronta l'argomento con forza, ma in modo un po' ovvio: gira attorno a questi pochi elementi, non cresce, non suggerisce nuove prospettive. Fausto Russo Alesi, nella doppia veste di attore e regista, si impegna con generosità a dare concretezza alla materia, facendola rivivere in mezzo al pubblico, a contatto fisico con esso. Lui è bravo e lucido, ma i suoi movimenti, i suoi tragitti mentali sono in un certo senso obbligati: non a caso gli effetti più efficaci li ottiene con gli impressionanti manichini seduti in platea a incarnare gli interlocutori assenti del ragazzo, e con l'agghiacciante video che alla fine ce lo mostra com'era davvero.
di renato palazzi
(18:52 - 17 feb 2010)
Tratto da delteatro.it .
Foto di Attilio Marasco
Dopo Lagarce, Norén: il Piccolo Teatro prosegue il suo percorso fra le pieghe della drammaturgia contemporanea proponendo due pièce di questo autore svedese già noto in Italia, ma ancora in parte da scoprire. Sono due testi insieme affini e in qualche modo opposti: affini, perché entrambi affondano robuste radici nella realtà, una realtà permeata di tormenti esistenziali e convulsioni naturalistiche. Opposti, perché l'uno intreccia le storie di diversi personaggi, due coppie che si incrociano, si scompongono e si ricompongono, mentre l'altro è il monologo di un ragazzo al centro di un grave episodio di cronaca nera. L'uno attinge al "privato" di un raffinato milieu intellettuale, l'altro a un'acre marginalità sociale, anche se i confini fra le due sfere sembrano piuttosto labili.
Il primo si intitola Dettagli, e ricostruisce appunto i minuti dettagli di quattro vite comunque destinate all'infelicità. I protagonisti, un giovane autore teatrale, un'aspirante scrittrice, un più maturo editore e sua moglie, che fa il medico, vengono seguiti lungo l'arco di un decennio, dal maggio 1989 al dicembre '99, nei loro continui spostamenti fra ospedali di Stoccolma, alberghi di New York, ville in Toscana. Fra un viaggio e l'altro si incontrano, si attraggono, si cercano, si risposano fra loro, ma il risultato sostanzialmente non cambia: dietro i miraggi del benessere, dietro le apparenze del successo la loro vita resta un concentrato di insoddisfazione, di solitudine, di vuoto.
Amplificando l'attenzione ai risvolti di una tracimante quotidianità, Norén compone una sorta di impassibile catalogo di frustrazioni, psicosi, ipocondrie, atti autolesionistici spinti quasi alle soglie di una vaga esasperazione patologica, ma sempre trattenuti un attimo prima di varcarle, giacché i personaggi sono troppo colti e salottieri per incorrere in veri disturbi mentali. Tra donne ossessionate dall'ovulazione e uomini perennemente alla ricerca di qualcosa che non c'è, la sua scritturasembra assemblare vari modelli più o meno illustri, O'Neill, Bergman, soprattutto l'Albee di Chi ha paura di Virginia Woolf?, riecheggiati con indubbio talento, ma qua e là con qualche manierismo.
Molto opportunamente il regista Carmelo Rifici - lo stesso che aveva allestito I pretendenti di Lagarce (recensione) - prova a prosciugare questa accesa partitura di tormenti interiori, riscattandone gli eccessi in una sottile e stupita risonanza ironica, conferendole una leggerezza quasi astratta. Lo scenografo Guido Buganza sfrutta bene lo spazio centrale del Teatro Studio, dislocando l'azione in una serie di "luoghi deputati" puramente indicativi, tavolini da bar, sale d'aspetto, pedane, tapis roulant che ne smembrano i concitati sviluppi isolandoli come su un vetrino da laboratorio.
Sullo sfondo, un tabellone da aeroporto che riporta, anziché le destinazioni di eventuali voli, i diversi ambienti in cui si svolge la vicenda, e uno schermo su cui scorrono immagini che assecondano la costruzione "cinematografica" del racconto conferiscono ulteriori stratificazioni stilistiche a questo eccellente spettacolo, che conferma in pieno le qualità di un giovane regista ormai pronto per grandi traguardi. Gli interpreti sono tutti di ottimo livello, ma il bravissimo Francesco Colella e la scatenata Melania Giglio paiono avere in questo caso una marcia in più rispetto ai pur efficaci Elena Ghiaurov e Giovanni Crippa.
Non c'è invece proprio posto per la leggerezza in 20 novembre, che è la cupa ricostruzione di un fatto di sangue accaduto qualche anno fa, il folle gesto di un diciottenne che fece strage di insegnanti e compagni di scuola, affidando le proprie spiegazioni a un video programmato la sera prima su YouTube. Norén ne ripercorre il febbrile delirio cercandone le motivazioni nei modelli culturali sbagliati, nell'influenza dei videogame, nell'impossibilità di farsi ascoltare da una società indifferente. E qui, a mio avviso, si rivela il limite dell'autore, che è l'adesione troppo piatta alla nuda sostanza degli avvenimenti, senza veri guizzi metaforici.
Il testo affronta l'argomento con forza, ma in modo un po' ovvio: gira attorno a questi pochi elementi, non cresce, non suggerisce nuove prospettive. Fausto Russo Alesi, nella doppia veste di attore e regista, si impegna con generosità a dare concretezza alla materia, facendola rivivere in mezzo al pubblico, a contatto fisico con esso. Lui è bravo e lucido, ma i suoi movimenti, i suoi tragitti mentali sono in un certo senso obbligati: non a caso gli effetti più efficaci li ottiene con gli impressionanti manichini seduti in platea a incarnare gli interlocutori assenti del ragazzo, e con l'agghiacciante video che alla fine ce lo mostra com'era davvero.
di renato palazzi
(18:52 - 17 feb 2010)
Tratto da delteatro.it .
Foto di Attilio Marasco
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