Francesco Colella su LINUS di marzo 2010

 Pagine 88 e 89, Renato Palazzi, nella sua rubrica LINUSTEATRO, traccia il profilo, dal titolo "GIFUNI E I SUOI FRATELLI", di "NUOVI ATTORI" che "CRESCONO E SI IMPONGONO ALL'ATTENZIONE NAZIONALE. UNA MAPPA DI QUESTO PANORAMA IN VORTICOSO DIVENIRE".
Tra i 22 attori che si stanno imponendo sui palcoscenici italiani, secondo l'autorevole Renato Palazzi, c'è anche Francesco Colella: "...di scuola ronconiana è anche il bravo Francesco Colella, visto in vari, notevoli spettacoli del Picoolo Teatro, ad esempio nel mirabile Infinities, dove era uno dei direttori dell'albergo infinito, ma soprattutto nel recente Dettagli, un altro testo di Norén di cui era l'irresistibile protagonista maschile al fianco del più anziano Giovanni Crippa...".
Gli fanno compagnia nomi come Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giuseppe Battiston, Elena Ghiaurov, Melania Giglio, ... e altri. "Un nutrito gruppo di attori" che "si sta perentoriamente imponendo all'attenzione nazionale, affiancandosi poco a poco a quel ristretto numero di colleghi più maturi e collaudati, da Massimo Popolizio a Toni Servillo, a Sandro Lombardi, che già da tempo vanno lasciando una traccia determinante sui nostri palcoscenici."...
Un numero, il n°3 di LINUS 2010, da non perdere. Per chi ama il teatro, per chi segue Francesco.


Considerazioni ALTE sul teatro e ... Di R. Palazzi


Che cosa è totalmente e inesorabilmente calato nel Novecento, e che cosa invece potrebbe spingerci o accompagnarci nel domani? Un piccolo gioco-esercizio intellettuale dal quale non è escluso che si riesca a ricavare qualche interessante indicazione.
Forse molti non se ne sono accorti, ma sono già passati dieci anni da quando abbiamo varcato le frontiere del Duemila. Dieci anni, nella nostra vita, possono essere pochi o tantissimi, ma in questo caso hanno un significato preciso, ovvero che chiunque abbia superato le soglie della pubertà appartiene al secolo scorso. Appartenere al secolo scorso non è in sé una colpa: ma nel campo delle idee e delle abitudini culturali tante cose che ci appaiono attuali si stanno impercettibilmente allontanando. Il Novecento, poi, è stato un secolo particolare, fatto di vertiginose spinte in avanti e di improvvise inversioni di marcia, di sussulti e di cadute.
Ora, a mio avviso, esso sta diventando, più che un arco di tempo, una categoria del pensiero che ci si impone di cominciare a decifrare. Quanti concetti, quanti schemi intellettuali su cui quasi inconsapevolmente continuiamo a fare conto restano in fondo direttamente legati alle sue radici? E spesso si tratta proprio di quelle esperienze che allora risultavano più avanzate e innovative. Non è detto che oggi debbano essere considerate superate: ma dobbiamo prepararci a sottoporle a qualche attenta verifica.
Io, personalmente, mi sento troppo affezionato ai miei antichi pregiudizi per procedere a una selezione troppo approfondita: ma essendo la questione affascinante, trovo utile provare ad affrontarla con un piccolo gioco dal quale si potrebbe ricavare qualche interessante indicazione. Vi invito dunque a dedicare una minima parte del vostro tempo a stilare - arbitrariamente, soggettivamente - dei personali elenchi di ciò che a vostro parere rimane del tutto calato nel Novecento, e di ciò che invece potrebbe accompagnarci nel domani. Lo propongo come gioco perché il gioco è, appunto, innocuo, senza conseguenze: non comporta sentenze definitive, non implica di buttare via nulla, ma nella sua libertà può suggerirci dei criteri, può persino aiutarci a riconsiderare con occhio diverso qualche mito consolidato.
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Partiamo da alcune solide certezze: il Sessantotto, con tutto quanto ne consegue, slogan, occupazioni, barricate, cubetti di porfido appartiene inequivocabilmente al Novecento, così come i Beatles, lo scioglimento dei Beatles, i libri di Jan Fleming e CasablancaSui canti delle mondine avrei invece qualche dubbio, così come sull’eskimo e sugli western italiani. Le “strisce” di Schulz, le vignette di Copi e quelle di Wiz il mago - non perché questo articolo è pubblicato su “Linus” - pur collocandosi nel cuore del Novecento lo trascendono e non perdono il potere di graffiare e provocare. Umberto Eco, a occhio e croce, è Novecento, mentre Mike Bongiorno è già assurto a una dimensione assolutamente universale.
Non vorrei dire un’eresia, ma ho l’impressione che l’Ulisse di Joyce sia profondamente conficcato nel Novecento, mentre Kafka se ne distacca alla grande. Con buona pace dei collezionisti, Picasso mi fa pensare al Novecento, eMarcel Duchamp guarda negli occhi il Duemila. I “tagli” di Lucio Fontana sono un altissimo prodotto del Novecento, i “cretti” di Burri sfuggono a qualunque tentativo di definirli o classificarli. Sfido anche l’impopolarità affermando che Fabrizio De Andrè mi sembra abbastanza Novecento, e invece Giorgio Gaber va collocato in un orizzonte ben più ampio.
Fellini, secondo me, non lo schiodi dal Novecento, Antonioni aspetta ancora che arrivi il suo momento.Bergman è ancora lì a macerarsi nel Novecento, Hitchcock se la ride di qualunque calendario. Mastroianni è Novecento, Nino Rota ci toccherà ascoltarlo per i secoli a venire. Gassman è un superbo animale del Novecento, a Tognazzi starebbe stretto anche il Duemila. Marlon Brando sarà il più grande del Novecento, ma il profilo spigoloso di Clint Eastwood resta scolpito nel presente. Nicole Kidman non ha mai superato le soglie del Novecento, Sharon Stone è nel Duemila, e lotta insieme a noi. Per quanto riguarda la Bardot, nel suo genere è inarrivabile: ma una che si faceva chiamare B.B., come si fa a non trovarla indissolubilmente Novecento?
Ma proviamo ad applicare il procedimento al mondo del teatro, come è giusto che sia, giacché è di questo che la rubrica si occupa. Per quanto riguarda le strutture, si pensava che i teatri Stabili, coi loro apparati spettacolari, coi loro consigli d’amministrazione, con la loro idea di servizio pubblico fossero una conquista acquisita, e stanno invece dimostrandosi una tipica realtà del Novecento. Negli anni Duemila va emergendo la funzione di certi nuovifestival, che non sono più delle semplici vetrine di spettacoli, ma  diventano dei laboratori permanenti, dei centri produttivi, dei sensibili osservatori su quanto avviene nel territorio.
I ricchi e imponenti impianti scenografici sono terribilmente Novecento, i muri nudi e scrostati del palcoscenico sono totalmente anni Duemila. I costumi sono Novecento, i jeans, le felpe, le t-shirt stampate, letute sportive sono anni Duemila. La regia, quella degli Strehler e dei Visconti, è palesemente Novecento: gli stessi registi più importanti, in qualche misura, se ne sono accorti, tant’è che sempre più spesso, anziché allestire i grandi testi  nella loro totalità, propongono delle scene da (Amleto, Romeo e Giulietta), degli smontaggi e rimontaggi dei testi, degli “studi” comunque fuori dalla logica del prodotto finito. Si impongono, negli anni Duemila, certe procedure di composizione collettiva dove la definizione e il ruolo stesso della regia spariscono, sostituiti da altre modalità di interventi creativi. È prettamente figlio del Novecento, ma assolutamente evergreenLuca Ronconi, che a settantasei anni e in difficili condizioni fisiche non ha perso la volontà di sperimentare, di mettersi in discussione.
Sono inesorabilmente Novecento le “attualizzazioni” dei classici, coi nazisti, i marines, i blindati della guerra in Iraq che irrompono nei drammi di Shakespeare o di Ibsen. Sono anni Duemila i testi detti, enunciati, neppure recitati ma riversati addosso al pubblico da attori immobili che li pronunciano con toni più o meno impersonali. Lo “straniamento” è Novecento, ma con Brecht non abbiamo ancora finito di fare i conti.  È Novecento l’idea in sé di sperimentazione, di teatro di ricerca, è anni Duemila il dare per acquisite certe nuove forme espressive diverse dalle precedenti, in una dimensione in cui cadono le distinzioni fra avanguardia e tradizione. E’ Novecento far recitare dei finti extracomunitari, dei finti tossicodipendenti, dei finti carcerati. E’ anni Duemila portare in scena dei delinquenti veri.
Grotowski è del Novecento, i lituani sono del Duemila. Il Living Theatre è del Novecento, Carmelo Bene è già proiettato nel Tremila. Dario Fo è del Novecento, Walter Chiari si sottrae fulgidamente a ogni collocazione temporale. Sono del Novecento Sarah KaneMark Ravenhill e tutti gli esponenti della drammaturgia inglese pulpe affannosamente trasgressiva, sono del Duemila Tim CrouchMartin Crimp e gli altri autori che smontano e azzerano le strutture del copione. Con l’eccezione di Lagarce, che a quindici anni dalla morte resta ancora in gran parte da scoprire, temo che il teatro francese tutto in blocco, da Anouilh a Genet, da Camus a Sartre, sia completamente Novecento. Koltès sembra per ora saldamente ancorato alle nostre aspettative di abitanti del Duemila, ma attenzione: tra non molto potrebbe essere a sua volta risucchiato nei meandri del Novecento.
Da sempre e per sempre le atmosfere sospese e i dialoghi inconcludenti di Pinter sono immersi inequivocabilmente nel Novecento, e da lì non si esce, mentre Thomas Bernhard - con le sue amabili ossessioni, con la sua scrittura ondivaga, priva di un assetto stabilito - ci accompagnerà costantemente attraverso i secoli. Cechov è sotto ogni aspetto del Novecento, anzi è una prefigurazione, una folgorante sintesi ante litteram degli stati d’animo dell’uomo novecentesco, ma questo non significa nulla: potremo mai fare a meno di uno che aveva previsto fin da un secolo fa l’avvento delle villette a schiera?
Non oso dirlo neppure a me stesso, ma l’autentica incognita, il quesito davvero imbarazzante potrebbe a mio avviso riguardare Samuel Beckett: lui resta chiaramente il più grande di tutti, il più definitivo, una fonte di suggestioni praticamente inesauribile: ma comincia a insinuarsi qualche lieve sospetto che proprio questa sua grandezza senza mezzi termini sia di per sé un concetto vagamente novecentesco.
Renato Palazzi
Tratto da www.linus.net

DETTAGLI: RECENSIONE DI FRANCO QUADRI SU REPUBBLICA

La vita secondo Norén un viaggio nel caso


Repubblica — 13 febbraio 2010 pagina 46 sezione: SPETTACOLI

L' ARRIVO al Piccolo Teatro dello svedese Lars Norén con due suoi testi nuovi per l' Italia (ora Dettagli e da lunedì prossimo anche 20 novembre ), dopo quelli di Lagarce l' anno scorso,è un fatto importante che dovrebbe essere normale per un teatro stabile come del resto avviene all' estero: si tratta infatti in entrambi i casi di autori importanti e affermati anche al di fuori del loro paese. Rivale di Bergman come regista e discepolo di O' Neill come scrittore, Norén ha anche una storia italiana, negli anni 90 ha presentato al Piccolo una sua regia di Danza di morte e ha frequentato i nostri festival con la sua compagnia, diversi suoi testi sono stati inscenati in italiano e i maggiori oggi trionfano a Parigi, Londra, Broadway. Scritto all' inizio del secolo, Dettagli, come il precedente Demoni, fa parte della serie dei suoi quartetti e mette in scena due coppie destinate a scambiarsi con giochi che però nel nuovo lavoro evitano ogni tipo di macchinosità. Le due coppie, formate all' inizio da un editore e una dottoressa di ospedale e da un autore di teatro e una scrittrice, intellettuali con qualche problema nei riguardi dei figli e difficoltà ad averne altri, che si incontrano per motivi di lavoro e arrivano presto a scambi a volte provvisori, portati dalla comune inquietudine a frequenti viaggi all' estero, specialmente in Italia, anzi in Toscana, e a New York, ma per una di loro di origine ebraica ci sarà alla fine anche una meta israeliana. La storia abbastanza convulsa per i continui cambiamenti di vita dura un decennio, dal maggio ' 89 al dicembre ' 99, ma ha la caratteristica fondamentale che ogni sua svolta dipende da minimi dettagli, quindi praticamente dal caso. Una grande trovata che, attagliandosi al nonsenso che ci governa, dà a questa commedia drammatica e sempre imprevedibile, la verità e la grandezza di una acuta interpretazione della vita, che ha anche il gusto e il merito di non dirci tutto. Perché i "dettagli" che ci vengono esposti dalla scrittura non coprono ovviamente l' intero periodo della vicenda ma a volte ce ne nascondono dei mesi interi, come si vede dal testo e anche nel quadro di fondo dello spettacolo, diretto con l' affettuosa cura che sempre lo distingue da Carmelo Rifici. E non era facile, dato proprio il convulso succedersi degli avvenimenti, il rovesciarsi delle situazioni, i trasferimenti di luoghi, reso comunque in pieno dalle grandi interpretazioni dei quattro protagonisti grondanti verità e capacità di distanziazione al tempo stesso e sempre in grado di entrare in personalità che contraddicono il loro modo di essere. E si diversificano anche tra loro dalla maschera senza maschera in cui sparisce e rivive Francesco Colella alla facilità con cui Giovanni Crippa trasforma l' intellettuale dei suoi inizi nel vagabondo senza più certezze del finale, dai diversi smascheramenti di Melania Giglio e di Elena Ghiaurov che approderanno via via dalle loro compassate presenze all' angoscia dell' impossbile approdo alla maternità. Il tutto nell' ambiente dispersivo e non facile del Teatro Studio dove al riuscito disordine delle file di panche centrali viene contrapposto un greve sfondo inutilmente aeroportuale dalla scenografia di Guido Buganza, mentre le musiche di Daniele D' Angelo aggravano le sordità irrisolte della sala a danno delle voci. Peccato, ma nonostante tutto siamo di fronte a un grande spettacolo. - FRANCO QUADRI
 
Tratto da repubblica.it .

DETTAGLI: RECENSIONE DI RENATO PALAZZI

Dettagli e 20 novembre


Dopo Lagarce, Norén: il Piccolo Teatro prosegue il suo percorso fra le pieghe della drammaturgia contemporanea proponendo due pièce di questo autore svedese già noto in Italia, ma ancora in parte da scoprire. Sono due testi insieme affini e in qualche modo opposti: affini, perché entrambi affondano robuste radici nella realtà, una realtà permeata di tormenti esistenziali e convulsioni naturalistiche. Opposti, perché l'uno intreccia le storie di diversi personaggi, due coppie che si incrociano, si scompongono e si ricompongono, mentre l'altro è il monologo di un ragazzo al centro di un grave episodio di cronaca nera. L'uno attinge al "privato" di un raffinato milieu intellettuale, l'altro a un'acre marginalità sociale, anche se i confini fra le due sfere sembrano piuttosto labili.
Il primo si intitola Dettagli, e ricostruisce appunto i minuti dettagli di quattro vite comunque destinate all'infelicità. I protagonisti, un giovane autore teatrale, un'aspirante scrittrice, un più maturo editore e sua moglie, che fa il medico, vengono seguiti lungo l'arco di un decennio, dal maggio 1989 al dicembre '99, nei loro continui spostamenti fra ospedali di Stoccolma, alberghi di New York, ville in Toscana. Fra un viaggio e l'altro si incontrano, si attraggono, si cercano, si risposano fra loro, ma il risultato sostanzialmente non cambia: dietro i miraggi del benessere, dietro le apparenze del successo la loro vita resta un concentrato di insoddisfazione, di solitudine, di vuoto.
Amplificando l'attenzione ai risvolti di una tracimante quotidianità, Norén compone una sorta di impassibile catalogo di frustrazioni, psicosi, ipocondrie, atti autolesionistici spinti quasi alle soglie di una vaga esasperazione patologica, ma sempre trattenuti un attimo prima di varcarle, giacché i personaggi sono troppo colti e salottieri per incorrere in veri disturbi mentali. Tra donne ossessionate dall'ovulazione e uomini perennemente alla ricerca di qualcosa che non c'è, la sua scritturasembra assemblare vari modelli più o meno illustri, O'Neill, Bergman, soprattutto l'Albee di Chi ha paura di Virginia Woolf?, riecheggiati con indubbio talento, ma qua e là con qualche manierismo.
Molto opportunamente il regista Carmelo Rifici - lo stesso che aveva allestito I pretendenti di Lagarce (recensione) - prova a prosciugare questa accesa partitura di tormenti interiori, riscattandone gli eccessi in una sottile e stupita risonanza ironica, conferendole una leggerezza quasi astratta. Lo scenografo Guido Buganza sfrutta bene lo spazio centrale del Teatro Studio, dislocando l'azione in una serie di "luoghi deputati" puramente indicativi, tavolini da bar, sale d'aspetto, pedane, tapis roulant che ne smembrano i concitati sviluppi isolandoli come su un vetrino da laboratorio.
Sullo sfondo, un tabellone da aeroporto che riporta, anziché le destinazioni di eventuali voli, i diversi ambienti in cui si svolge la vicenda, e uno schermo su cui scorrono immagini che assecondano la costruzione "cinematografica" del racconto conferiscono ulteriori stratificazioni stilistiche a questo eccellente spettacolo, che conferma in pieno le qualità di un giovane regista ormai pronto per grandi traguardi. Gli interpreti sono tutti di ottimo livello, ma il bravissimo Francesco Colella e la scatenata Melania Giglio paiono avere in questo caso una marcia in più rispetto ai pur efficaci Elena Ghiaurov e Giovanni Crippa.

Non c'è invece proprio posto per la leggerezza in 20 novembre, che è la cupa ricostruzione di un fatto di sangue accaduto qualche anno fa, il folle gesto di un diciottenne che fece strage di insegnanti e compagni di scuola, affidando le proprie spiegazioni a un video programmato la sera prima su YouTube. Norén ne ripercorre il febbrile delirio cercandone le motivazioni nei modelli culturali sbagliati, nell'influenza dei videogame, nell'impossibilità di farsi ascoltare da una società indifferente. E qui, a mio avviso, si rivela il limite dell'autore, che è l'adesione troppo piatta alla nuda sostanza degli avvenimenti, senza veri guizzi metaforici.
Il testo affronta l'argomento con forza, ma in modo un po' ovvio: gira attorno a questi pochi elementi, non cresce, non suggerisce nuove prospettive. Fausto Russo Alesi, nella doppia veste di attore e regista, si impegna con generosità a dare concretezza alla materia, facendola rivivere in mezzo al pubblico, a contatto fisico con esso. Lui è bravo e lucido, ma i suoi movimenti, i suoi tragitti mentali sono in un certo senso obbligati: non a caso gli effetti più efficaci li ottiene con gli impressionanti manichini seduti in platea a incarnare gli interlocutori assenti del ragazzo, e con l'agghiacciante video che alla fine ce lo mostra com'era davvero.

di renato palazzi
(18:52 - 17 feb 2010)

Tratto da delteatro.it .
Foto di  Attilio Marasco

RECENSIONE DETTAGLI

La recensione di Wanda Castelnuovo su http://www.teatro.org/spettacoli/recensioni/dettagli_13633"DETTAGLI"
Ancora una volta bisogna ringraziare il Piccolo Teatro per aver fatto conoscere uno dei maggiori drammaturghi viventi: Lars Norén.
Svedese, nato a Stoccolma nel 1944, ben noto al pubblico europeo (ma anche negli Usa, a Broadway le sue opere sono messe in scena con successo), è da anni regolarmente rappresentato a Parigi, mentre nel nostro Paese - salvo un paio di lavori pubblicati da Ubulibri (casa editrice specializzata) e messi in scena a Milano da giovani registi - Norén è pressoché sconosciuto.
Non è certamente un autore facile e rassicurante: il suo teatro è di quelli che fanno pensare, resta dentro e continua nell’inconscio a lavorare, a suggerire temi di riflessione sul vivere oggi, sulla società, su ‘cosa’ si è in realtà al di là e al di fuori delle apparenze.
L’analisi della società in cui viviamo è spietata e amara, intrisa di quel pessimismo, tipico dei Paesi del nord, che ha trovato voci eterne in Strindberg o in Bergman quasi che l’alto tasso di sicurezza sociale e di benessere che caratterizza quell’area crei insicurezza personale e bisogno di scandagliare cosa sia in realtà la propria vita.
‘Dettagli’ (pubblicato in Svezia nel 2002 e tradotto ora in Italia dal Piccolo Teatro) analizza - quasi viviseziona - quattro esseri umani, due donne e due uomini: intellettuali, appartengono alla borghesia medio alta, non hanno grossi problemi economici e sono all’apparenza sposati felicemente.
Norén ci mostra, invece, una realtà diversa: più che coppie sono un uomo e una donna che vivono insieme, ma in modo parallelo senza alcuna fusione delle loro spiritualità (invertendo i partner la situazione non cambia), né forse la cercano perché il successo personale e il plauso sociale sono i principali - se non unici - obiettivi.
Personaggi sgradevoli che si incontrano ogni giorno e sotto ogni latitudine e spesso senza nemmeno la personalità tormentata che in certa misura nobilita quelli di Norén. Forse sono il risultato di una società resa egoista e superficiale dal benessere.
I singoli protagonisti sono scandagliati attraverso l’intrecciarsi di trenta momenti delle loro storie (dettagli, cioè lenti d’ingrandimento che mostrano la patologia dell’inganno dietro le forbite apparenze) nell’arco di dieci anni (dal 1989 al 1998): da Stoccolma a New York, all’Italia (Firenze, costa toscana, casa nella campagna tosco-umbra) e incontri/scontri in uffici, ristoranti, bar, party, ospedali, librerie e abitazioni.
Lavoro non facile per lo spettatore, ma ancor più difficile per il regista e gli attori che dovevano evitare qualsiasi caduta nel melodramma e mantenersi sulla lama sottile di una spietata ironia.
Non si può non definire perfetta la regia di Rifici che utilizza nel miglior modo possibile l’affascinante, ma non facile spazio scenico del Piccolo Teatro Studio, creando il teso coinvolgimento degli spettatori lungo oltre tre ore di spettacolo che trascorrono senza alcuna pesantezza.
Pochi elementi scenografici mobili visualizzano gli spazi delle trenta situazioni scandite da un tabellone - tipo aereoporto o stazione - che sul fondo domina lo spazio scenico insieme a un maxischermo su cui passano immagini di riferimento.
Eccellente l’interpretazione dei quattro protagonisti: Giovanni Crippa, Elena Ghiaurov, Francesco Coltella e Melania Giglio. Sempre ‘in parte’ Silvia Pernarella interprete di diversi ruoli, un gruppo di attori che fa ben sperare per il futuro del Teatro.
Un plauso alla Direzione del Piccolo che in tempi in cui si mira a riempire le sale con i soliti autori e testi noti, o peggio con spettacoli inconsistenti se non a volta tragicamente volgari, ha avuto il coraggio di mettere in scena opere come ‘Dettagli’ e ‘20 novembre’.

Visto il 08/02/2010 a Milano (MI) Teatro: Piccolo Teatro - Teatro Studio

Conferenza stampa DETTAGLI

Di Valeria Giulia Carboni, pubblicato su persinsala.it .

Conferenza stampa per la pièce di Lars Norén al Piccolo Teatro Studio. Francesco Colella, uno tra i protagonisti dello spettacolo, ci spiega la forza di questo autore, mentre il direttore Escobar parla della riapertura della sede storica dei via Rovello.

Dopo Jean Luc Lagarce l’anno scorso, I pretendenti e Giusto la fine del mondo, il Piccolo Teatro sceglie il drammaturgo svedese Lars Norén, anche lui con due testi, Dettagli e 20 novembre. La regia del primo spettacolo è di Carmelo Rifici, già regista di altre pièce al Piccolo Teatro.
Rifici si accosta a questo testo guardando ai grandi maestri di Norén – Strindberg e Bergman, ma anche O’Neill – e con questo spettacolo vuole completare quello che lui definisce il “trittico del Nord”, iniziato con La signorina Julie di Strinberg e Lunga giornata verso la morte di O’Neill, entrambi per il Teatro Litta.
Il testo di Norén è difficile perché mette in scena l’inferno della vita di due coppie, quell’inferno che di solito teniamo ben nascosto dentro di noi, del quale è sopportabile vedere solo qualche dettaglio.
Come reagiscono gli attori ai tranelli del testo? Francesco Colella spiega: «È uno spettacolo che non ammette filtri né maschere, non puoi prescindere da te stesso per rappresentare questi personaggi». Il lavoro del regista nel tirar fuori i caratteri rappresentati dagli interpreti è stato molto delicato, il più possibile non invasivo. Rifici ha saputo condurre Colella e i suoi colleghi dove voleva, lasciando, allo stesso tempo, che ognuno seguisse il proprio percorso: «Rispetto ad altri giovani registi che si impongono totalmente», continua l’attore: «ci ha ascoltati e ha lavorato insieme a noi e questo denota in lui una grande maturità artistica».
Dopo la conferenza stampa Persinsala ha anche incontrato il direttore amministrativo del Piccolo, Sergio Escobar, il quale ci ha parlato della riapertura della sede storica di via Rovello, dichiarando che non hanno avuto nessun problema, anzi, che i lavori sono finiti addirittura in anticipo rispetto a quanto previsto.
Certo, le difficoltà ci sono state e ci saranno sempre, ma vanno affrontate: «Chi dice che l’intervento pubblico è inefficiente è chiaramente in malafede», spiega, visto che con il cantiere del Piccolo non ha subito alcun ritardo. «Ci vuole molto coraggio a mettere mano a un luogo storico quale la sala di via Rovello. Grassi ne sarebbe stato contento».
Per chi visita la sala le modifiche non sono visibili, ma ci sono: «Ho chiesto che le sedie originali venissero smontate, controllate e rimontate così com’erano», così come devono essere.Non si è intervenuti solo sulla sala, però, avendo eseguito anche un’importante opera di restauro sul chiostro: uno spazio bellissimo, compatibile con l’attività produttiva del teatro: «Basta andare lì in questi giorni per vedere quanta gente entra solo per dare un’occhiata, restando a bocca aperta», ha fatto notare Escobar.
Perché questo è l’obiettivo che il Piccolo Teatro si pone da sempre: essere uno spazio per i cittadini, un luogo aperto alle persone di qualsiasi estrazione sociale o culturale. E la scelta dello spettacolo di inaugurazione della sede di Via Rovello, oggi Teatro Grassi, Pene d’amor perdute – regia del russo Lev Dodin – rispecchia il carattere di multiculturalità del Piccolo. «Non si tratta di una scelta eccentrica, bensì di una politica ben precisa», spiega Escobar. Pièce in lingua diversa da quella italiana sono diventate normali in una città come Milano.
La vera sfida è tenere un simile spettacolo in cartellone per due settimane, sfida che il Piccolo Teatro sta vincendo. «Quanti teatri possono permettersi di riaprire una sede storica con uno spettacolo così?», chiede Escobar.Pochi, davvero pochi.

DETTAGLI raccontato dagli spettatori.

Oggi, 08/02/2010, dopo la prova generale, la prima dello spettacolo DETTAGLI.
Si invitano gli spettatori frequentatori del blog, a postare nei "commenti" piccole recensioni riguardo lo spettacolo, gli attori, le scene, i costumi, ...
Grazie e buona visione.

Francesco Colella in DETTAGLI al Piccolo Teatro di Milano

Erik, editore, Ann, medico, Stefan, drammaturgo ed Emma, giovane aspirante scrittrice, formano un quartetto che si scompone e ricompone sullo sfondo di Stoccolma, Firenze, New York. Ricchi e colti, professionisti e artisti di successo, i quattro possiedono il segreto per essere infelici e torturarsi a vicenda.
Legami familiari, rapporti di coppia, attrazione sessuale e incomunicabilità sono i temi cari a Norén ed esplicitati anche in questa commedia, scritta nel 2002, ambientata nel primo atto nel 1989 e nel secondo nel 1998.
A partire dai “dettagli” delle loro vite quotidiane, Norén ci parla delle aspirazioni dei personaggi e dei loro drammi intimi, sullo sfondo di un mondo alla fine del XX secolo.
“Una commedia in ‘perfetto stile Norén’ - spiega Luca Ronconi - L’interessante è che di un certo ambiente sociale e culturale siamo abituati a scorgere solamente l’aspetto esteriore, le vite apparentemente perfette e invidiabili. Norén lascia affiorare quello che c’è di malato, di difficile e di crudele”.

di Lars Norén
regia Carmelo Rifici
traduzione Annuska Palme Sanavio
scene Guido Buganza
luci Claudio De Pace
costumi Margherita Baldoni
con (in ordine di locandina) Giovanni Crippa, Elena Ghiaurov, Francesco Colella, Melania Giglio, Gianluigi Fogacci, Silvia Pernarella
e con Ivan Senin

produzione Piccolo Teatro di Milano


Da Lunedì 08 Febbraio 2010 ore 20:30
19:30 - Martedì 09 Febbraio 2010
20:30 - Mercoledì 10 Febbraio 2010
20:30 - Giovedì 11 Febbraio 2010
20:30 - Venerdì 12 Febbraio 2010
19:30 - Sabato 13 Febbraio 2010
16:00 - Domenica 14 Febbraio 2010
19:30 - Martedì 16 Febbraio 2010
20:30 - Mercoledì 17 Febbraio 2010
20:30 - Giovedì 18 Febbraio 2010
20:30 - Venerdì 19 Febbraio 2010
19:30 - Sabato 20 Febbraio 2010
20:30 - Domenica 21 Febbraio 2010
19:30 - Martedì 23 Febbraio 2010
20:30 - Mercoledì 24 Febbraio 2010
20:30 - Giovedì 25 Febbraio 2010
20:30 - Venerdì 26 Febbraio 2010
19:30 - Sabato 27 Febbraio 2010
20:30 - Domenica 28 Febbraio 2010
19:30 - Martedì 02 Marzo 2010

Tratto dal sito del PICCOLO TEATRO di MILANO

DA NON PERDERE!!!

Sul sito del Piccolo Teatro di Milano la pagina dedicata al prossimo spettacolo di Francesco, Dettagli.
Per chi è suo fan, per chi lo conosce, per chi non l'ha mai visto a teatro, per chi non lo conosce, per tutti gli altri, un consiglio spassionato: non perdetevelo.
Regia di CARMELO RIFICI che si prevede eccelsa da parte del MIGLIOR REGISTA 2009 (vedi Premi ETI – Gli Olimpici del Teatro).
Costumi di MARGHERITA BALDONI che, se la sublime eleganza dei personaggi de IL GATTO CON GLI STIVALI (vedi pagina dedicata sul sito del Piccolo) si confermerà, saranno sicuramente un successo.
Scene di GUIDO BUGANZA, che renderà magici gli spazi e le atmosfere dello spettacolo.
Per tutto il resto, appuntamento dall'8 febbraio al 2 marzo.
Non mancate.
Ci vediamo a teatro.