I PROMESSI SPOSI ALLA PROVA
di Giovanni Testori
drammaturgia di Sandro Lombardi e Federico Tiezzi
regia Federico Tiezzi
Il maestro Sandro Lombardi
L'attore che fa Renzo Francesco Colella
L'attrice che fa Lucia Debora Zuin
L'attrice che fa Agnese Marion D'Amburgo
L'attrice che fa Perpetua Caterina Simonelli
L'attore che fa Egidio Alessandro Schiavo
L'attore che fa don Rodrigo Massimo Verdastro
L'attrice che fa Gertrude Iaia Forte
scene Pier Paolo Bisleri
costumi Giovanna Buzzi
luci Gianni Pollini
regista assistente Giovanni Scandella
maestro di canto Francesca della Monica
produzione Teatro Metastasio - Stabile della Toscana/Teatro Stabile di Torino/Compagnia Sandro Lombardi
- dal 26/10/2010 - al 14/11/2010 Teatro Grassi - Milano (MI)
- il 15/11/2010 Teatro Comunale di Lecco - Lecco (LC)
- dal 17/11/2010 - al 21/11/2010 Teatro Rossetti - Trieste (TS)
- dal 23/11/2010 - al 28/11/2010 Teatro Metastasio - Prato (PO)
- il 30/11/2010 Teatro Comunale Raffaello Sanzio - Urbino (PU)
- dal 02/12/2010 - al 05/12/2010 Teatro Muse - Ancona (AN)
- dal 07/12/2010 - al 19/12/2010 Carignano - Torino (TO)
- dal 12/01/2011 - al 23/01/2011 Teatro Mercadante - Napoli (NA)
- il 25/01/2011 (Essevuteatro) / Teatro Signorelli - Cortona (AR)
- dal 27/01/2011 - al 30/01/2011 Teatro Alighieri - Ravenna (RA)
- dal 01/02/2011 - al 06/02/2011 Teatro Corte - Genova (GE)
- dal 10/02/2011 - al 13/02/2011 Teatro Arena - Bologna (BO)
- dal 16/02/2011 - al 20/02/2011 Teatro Storchi - Modena (MO)
- dal 22/02/2011 - al 06/03/2011 Teatro India - Roma (RM)
- il 07/03/2011 Cinema Teatro Metropolitan - Piombino (LI)
- il 09/03/2011 Teatro degli Industri - Grosseto (GR)
- il 10/03/2011 Barga (LU)
- dal 11/03/2011 - al 13/03/2011 Teatro Guglielmi - Massa (MS)
- dal 16/03/2011 - al 20/03/2011 Teatro Piccinni - Bari (BA)
Su un palcoscenico di fortuna, è da supporre in qualche quartiere non proprio "bene" di Milano, un Maestro, capocomico all'antica, si affanna a far interpretare a un gruppo di attori comicamente scalcagnati nientemeno che il capolavoro di Manzoni.
Così iniziano I promesi sposi alla prova, testo con cui nel 1984 Giovanni Testori, dopo le riscritture da Shakespeare e da Sofocle, approda a questo suo inevitabile traguardo.
Interesse principale dell'autore è quello di fare del romanzo uno "specchio" in cui riflettere i suoi "anni tribolatissimi" che, a ben vedere, sono anche i nostri. Quante pesti ci affliggono! quella del degrado dell'ambiente, dell'indurimento dei cuori, dell'omologazione delle coscienze, dell'allontanamento graduale dalla realtà, dell'incapacità di vedere la trasformabilità della società.
Soprattutto la peste della chiusura alla diversità, alla comunicazione, al mondo.
Ed è al desiderio di aprire gli occhi sulla realtà (e con lo strumento dell'umorismo manzoniano) che gli interventi testoriani si appigliano per dissezionare i nuclei narrativi originari e ricomporli in parabole insieme sceniche e morali.
A differenza delle sue reinvenzioni scespiriane, sin dal titolo segnalate da una deformazione linguistica (L'Ambleto, Macbeth), in questo caso resta intatta, quasi fosse intangibile, la formula manzoniana; vi si aggiunge solo la specificazione: "alla prova". In queste due parole sta non solo l'indicazione che il romanzo verrà spinto nel territorio del teatro; ma tutta l'immensa portata dell'intera opera, e forse dell'intera vita, di Testori: la verifica dei propri amori, delle proprie passioni umane e culturali: "mettere alla prova"...
Del resto, il "mettere alla prova" è, in tutti i sensi, il cuore del lavoro registico, nel doppio senso di "mettere in prova" la praticabilità teatrale di un testo o comunque di un'ipotesi scenica, e di "verificare" la sua tenuta in una situazione storica mutata. E su queste premesse si basa il lavoro di Tiezzi: non una spiegazione del romanzo ma, come desiderava Testori, una "lezione e un monito" perché I Promessi Sposi sono "il romanzo della storia, e il popolo incarna questa storia nella libertà più assoluta".
In una struttura pirandelliana simile a quella dei Sei personaggi in cerca d'autore, su di un palcoscenico nudo, si svolge la prova di una "commedia da fare" dove ai temi di riflessione sul teatro e sui suoi modi comunicativi, si mescolano i grandi motivi manzoniani della pietà, della grazia, del male e della morte, della Provvidenza e della salvezza. Don Abbondio, Renzo, Lucia, fra Cristoforo, l'Innominato, don Rodrigo tornano a noi attraverso il corpo e la voce dei protagonisti della "prova" in un mescolamento di azioni e di ruoli di grande vivacità teatrale.
Con questo spettacolo Tiezzi affronta insieme Testori e Manzoni, al fine di dire anche una parola non retorica ma che parta dal basso, dagli umili, dai diseredati, da coloro che identificano la vita con il rispetto del prossimo, del mondo e della storia - una parola relativa al centocinquantesimo anniversario dell‘Unità d'Italia, quella unità che Manzoni contribuì a creare dal punto di vista linguistico-letterario, innestando la tradizione lombarda in quella toscana. Unità della lingua come unità di una nazione: la cultura non è qualcosa di separato dalla storia ma addirittura la determina.
Nella teatrografia di Federico Tiezzi, questiPromessi sposi alla prova vengono a costituire un ideale dittico con il Simon Boccanegrarecentemente diretto alla Staatsoper di Berlino e poi alla Scala: Verdi e Manzoni hanno contribuito "da artisti", e come mai nessun altro artista, all'unità della nazione.
I promessi sposi alla prova saranno in tournée fino a marzo 2011 in molte città italiane tra cui Prato, Trieste, Ancona, Roma, Torino, Napoli, Genova, Bologna.
L'ASINO D'ORO SECONDO COLELLA - di Arianna Lamanna
Al teatro Politeama la trasposizione teatrale dell'opera di Apuleio
« Lettore, presta attenzione: ti divertirai » (Apuleio, Le metamorfosi) ed è su questa linea che il pubblico del Teatro Politeama di Catanzaro ha accolto con grande interesse lo spettacolo “L’asino d’oro” di e con Francesco Colella: originario di Catanzaro, è un attore di grande talento avvalorato da prestigiose esperienze nel panorama teatrale italiano, grazie alla nutrita passione per il teatro coltivata fin da ragazzino quando frequentava ..la Scuola.. di teatro Enzo Corea, ha poi proseguito gli studi presso l’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico a Roma, da alcuni anni lavora al Teatro Piccolo di Milano ed è uno degli attori prediletti del maestro Luca Ronconi. Per la prima volta Francesco Colella ha portato nella sua città natale uno spettacolo che mette in scena l’opera più famosa di Lucio Apuleio: “L’asino d’oro” con la regia di Francesco Lagi, le scene e i costumi di Margherita Baldoni e le musiche originali di Giuseppe D’Amato e Linz. Questa messa in scena è stata preceduta da un’importante tappa presso l’Università di Bologna con una prolusione di Umberto Eco dal titolo “Animal ex anima. L’anima degli animali”, il quale dopo aver assistito al monologo di Colella ha espresso grande ammirazione. L'asino d'oro, opera del del II sec. a.C., racconta le avventure di Lucio, trasformato per incanto in asino, ritornerà uomo dopo un percorso di conoscenza che lo guida dalla fase giovanile a quella adulta. La favola si svolge come da tradizione, tessendo relazioni fra gli dei e gli uomini, in un magico intreccio fra natura animale e umana. L’opera scritta nello ‘stile orale’ dove il narratore è presente nella storia come personaggio, fonte diretta che ha vissuto in prima persona i fatti. E in effetti nella trasposizione teatrale di questo spettacolo scritto da Colella e Lagi, il romanzo originario muta intelligentemente in monologo teatrale, senza però intaccare l’essenza poetica dell’opera antica: la drammaturgia presenta una scrittura fluida, passando dalla prima alla terza persona, ritornando abilmente alla prima. Tenuto conto che la narrazione in soggettiva, non è cosa semplice, brilla in questo monologo l’interpretazione di Francesco Colella come “un uomo abitato da tante voci”: mentre narra la storia di Lucio incrocia vari personaggi rappresentandoli tutti in un magnifico ritmo di immedesimazioni come continue incarnazioni che si alternano spesso in modo interlocutorio con il pubblico, quasi da teatro di contatto. Inoltre c’è da aggiungere che Colella ha mostrato tutta la sua abilità tecnica vocale nella scelta di recitare a ‘voce nuda’, senza l’ausilio del microfono, troppo usato oggigiorno in teatro a discapito però delle tecniche peculiari del teatro stesso. Il pubblico del Politeama ha premiato con grande ovazione lo spettacolo dell’artista catanzarese che speriamo di rivedere più spesso calcare anche i grandi teatri calabresi.
Arianna Lamanna (arialibera)
"Sulla precaria identità dell'uomo...!"
Terramara, il blog Journal d’informazione indipendente, a firma di Mario Casaburi, titola così l'evento che ha portato Francesco Colella al Politeama di Catanzaro.
"E' il messaggio contenuto ne, “L’asino d’oro”, la più importante opera di Apuleio, messa in scena ieri sera, al teatro Politeama, grazie all'ottima prova dell'attore, Francesco Colella, e del regista, Francesco Lagi. Ottima l'intuizione di trasformare il romanzo in un monologo preceduto dalla lezione "Animal ex anima" di Umberto Eco.
"E' il messaggio contenuto ne, “L’asino d’oro”, la più importante opera di Apuleio, messa in scena ieri sera, al teatro Politeama, grazie all'ottima prova dell'attore, Francesco Colella, e del regista, Francesco Lagi. Ottima l'intuizione di trasformare il romanzo in un monologo preceduto dalla lezione "Animal ex anima" di Umberto Eco.
E’ partito dall’Aula Magna di Santa Lucia dell’Università di Bologna l’appuntamento con le letture e riletture dei testi classici. All’apertura, affidata a Umberto Eco, con la lezione“Animal ex anima. L’anima degli animali”, è seguito un momento di teatro, registaFrancesco Lagi, con Francesco Colella, che, sotto forma di monologo, ha recitato alcuni brani .
Lo spettacolo è proseguito l’11 maggio, al teatro “Politeama” di Catanzaro, dove, presente un pubblico attento e partecipe, molti i giovani, Colella, attore con una lunga esperienza teatrale con il Maestro Luca Ronconi, ha offerto una eccezionale prova.
A regista e protagonista abbiamo chiesto: “Come avete trasformato un romanzo,“L’asino d’oro”, in un monologo teatrale?
“Abbiamo iniziato a leggerlo insieme e mentre lo leggevamo - ha spiegato Colella - abbiamo cercato di identificare un plot, un percorso poetico all’interno del testo. Abbiamo voluto il più possibile non tradire, nella trasposizione, lo spirito dell’opera. L’idea è stata quella di rendere la narrazione in soggettiva. L’attore è il protagonista, Lucio, e con lo scorrere della storia si imbatte nei vari personaggi via via incarnandoli: un uomo abitato da tante voci. Abbiamo quindi messo a punto una scrittura fluida, liquida, che passa senza soluzione di continuità dalla prima alla terza persona e poi di nuovo alla prima”.
Offrire al pubblico di oggi un classico è particolarmente impegnativo e difficile. Colella e Lagi hanno lavorato con grande sensibilità, evitando consapevolmente i pericoli di un’attualizzazione astorica e antistorica dell’opera di Apuleio.
“C’è poco da attualizzare in realtà. I classici - ha osservato l’attore - contengono un mistero che va rispettato: c’è una distanza tra il mondo dei classici e il nostro e questa distanza va segnalata, non accorciata. Sono testi che vanno abitati come luoghi sconosciuti. L’attualizzazione, credo, finisce per impoverirli, è un cucirsi i testi addosso su misura, e così facendo i testi perdono valore. Credo si debba rispettare lo spirito delle parole, e offrire l’idea del mistero che il testo contiene. Penso che, in un caso come questo, il compito dell’attore sia offrire agli occhi del pubblico anche il disagio di abitare un tale mistero”.
Il messaggio che Lagi e Collella hanno voluto trasmettere è particolarmente incisivo, l’animalità caratterizza molti comportamenti dell’uomo.
“Il nostro è il tentativo di raccontare un mistero - hanno aggiunto i due uomini di teatro - ”. Lucio, nelle sembianze e nelle vesti di un umile animale, continuamente maltrattato e bastonato, comprende l’essenza dell’essere uomo, comprende gli uomini nel loro agire.
Colella tiene ad evidenziare “il lavoro di squadra, collettivo” del gruppo teatrale. Oltre a Francesco Lagi ci sono le scene e i costumi di Margherita Baldoni e la partitura musicale scritta per l’occasione da Giuseppe D’Amato e Linz.
Umberto Eco si è detto entusiasta dello spettacolo e del modo di veicolare i classici nel presente. Non si può non concordare col grande scrittore, Collella e Lagi hanno saputo offrire uno spettacolo in cui mistero, magia, amore, animalità, bestialità rappresentano la condizione dell’uomo, ne costituiscono il paradigma, hanno fatto una riflessione attualissima sulla precaria identità dell'uomo, hanno reso vivo un messaggio culturale di alto profilo."
FRANCESCO COLELLA AL POLITEAMA DI CATANZARO
Francesco Colella torna a Catanzaro per la prima volta da attore professionista con L'ASINO D'ORO (Apuleio).
UN PROGETTO DI FRANCESCO COLELLA E FRANCESCO LAGI.
SCENOGRAFIA E COSTUMI DI MARGHERITA BALDONI.
Un uomo si ritrova trasformato in un asino.
Perde all'improvviso tutto ciò che si era conquistato in una vita, la postura, la dignita', soprattutto perde la parola.
Solo mangiando delle rose potra' tornare uomo.
E da qui cominciano le sue disavventure.
Scritto nel II secolo dopo Cristo, L'asino d'oro, noto anche come "Metamorfosi", è un romanzo di formazione, un viaggio di conoscenza dall'eta' giovanile a quella adulta . Attraverso le peripezie del suo personaggio principale, Lucio, trasformato da un incantesimo in asino e poi ritornato uomo dopo molte avventure, l'autore racconta in un modo fra il fiabesco e il rapsodico, la presa di coscienza, il diventare "grande" e dunque consapevole di un ragazzo facilone e scapestrato. Oltre che la storia di Lucio, nel romanzo, come in una specie di Mille e una notte asinina, si intrecciano anche altre storie d'amore, di morte, di punizione, di vizio e sregolatezza. Un romanzo sulla vita, insomma, che come da tradizione , gioca sui rapporti fra gli dei e gli uomini, fra il mondo animale e quello umano.
UN PROGETTO DI FRANCESCO COLELLA E FRANCESCO LAGI.
SCENOGRAFIA E COSTUMI DI MARGHERITA BALDONI.
Un uomo si ritrova trasformato in un asino.
Perde all'improvviso tutto ciò che si era conquistato in una vita, la postura, la dignita', soprattutto perde la parola.
Solo mangiando delle rose potra' tornare uomo.
E da qui cominciano le sue disavventure.
Scritto nel II secolo dopo Cristo, L'asino d'oro, noto anche come "Metamorfosi", è un romanzo di formazione, un viaggio di conoscenza dall'eta' giovanile a quella adulta . Attraverso le peripezie del suo personaggio principale, Lucio, trasformato da un incantesimo in asino e poi ritornato uomo dopo molte avventure, l'autore racconta in un modo fra il fiabesco e il rapsodico, la presa di coscienza, il diventare "grande" e dunque consapevole di un ragazzo facilone e scapestrato. Oltre che la storia di Lucio, nel romanzo, come in una specie di Mille e una notte asinina, si intrecciano anche altre storie d'amore, di morte, di punizione, di vizio e sregolatezza. Un romanzo sulla vita, insomma, che come da tradizione , gioca sui rapporti fra gli dei e gli uomini, fra il mondo animale e quello umano.
Botteghino Teatro Politeama
Via Jannoni, 88100 Catanzaro.
Tel. 0961.501818 - 501819 (biglietteria)
Fax 0961.501859Il botteghino del Teatro Politeama sarà aperto, dal lunedì al sabato, nei seguenti orari:
dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.00
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L'ASINO D'ORO A BOLOGNA presentato da UMBERTO ECO
"Animalia". Al via il 6 maggio il nuovo ciclo di lezioni e letture classiche
Per il nono anno consecutivo, il Centro Studi La Permanenza del Classico, diretto dal prof. Ivano Dionigi, offre ad università e città un ciclo di letture in cui alla parola di protagonisti della cultura contemporanea fanno il controcanto testi greci, latini e giudaico-cristiani, affidati alla voce di grandi interpreti di cinema e teatro.
Si intitolerà Animalia il ciclo di letture articolato su "umanità degli animali" e "animalità dell'uomo": declinata in prospettiva storico-culturale, religiosa, scientifica e politica, prenderà avvio il 6 maggio con la lezione Animal ex anima. L'anima degli animali. Umberto Eco ripercorrerà le diverse concezioni elaborate dalla scienza, dalla filosofia e dalla teologia - tra l'antichità e la modernità - per giustificare o per negare la differenza fra uomo e animale. Accanto alla lezione, lo spettacolo L'Asino d'oro di Francesco Lagi e Francesco Colella, due giovani talenti del nostro teatro, che proporranno in forma di monologo drammatico l'omonimo romanzo di Apuleio, quale riflessione attualissima sulla precaria identità dell'uomo.
L' evento sarà trasmesso in diretta dall'Aula Magna di Santa Lucia di Bologna a partire dalle ore 21 su:
http://www.muspe.unibo.it/live/animalia.htm
Francesco Colella su LINUS di marzo 2010
Pagine 88 e 89, Renato Palazzi, nella sua rubrica LINUSTEATRO, traccia il profilo, dal titolo "GIFUNI E I SUOI FRATELLI", di "NUOVI ATTORI" che "CRESCONO E SI IMPONGONO ALL'ATTENZIONE NAZIONALE. UNA MAPPA DI QUESTO PANORAMA IN VORTICOSO DIVENIRE".Tra i 22 attori che si stanno imponendo sui palcoscenici italiani, secondo l'autorevole Renato Palazzi, c'è anche Francesco Colella: "...di scuola ronconiana è anche il bravo Francesco Colella, visto in vari, notevoli spettacoli del Picoolo Teatro, ad esempio nel mirabile Infinities, dove era uno dei direttori dell'albergo infinito, ma soprattutto nel recente Dettagli, un altro testo di Norén di cui era l'irresistibile protagonista maschile al fianco del più anziano Giovanni Crippa...".
Gli fanno compagnia nomi come Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giuseppe Battiston, Elena Ghiaurov, Melania Giglio, ... e altri. "Un nutrito gruppo di attori" che "si sta perentoriamente imponendo all'attenzione nazionale, affiancandosi poco a poco a quel ristretto numero di colleghi più maturi e collaudati, da Massimo Popolizio a Toni Servillo, a Sandro Lombardi, che già da tempo vanno lasciando una traccia determinante sui nostri palcoscenici."...
Un numero, il n°3 di LINUS 2010, da non perdere. Per chi ama il teatro, per chi segue Francesco.
Considerazioni ALTE sul teatro e ... Di R. Palazzi
Che cosa è totalmente e inesorabilmente calato nel Novecento, e che cosa invece potrebbe spingerci o accompagnarci nel domani? Un piccolo gioco-esercizio intellettuale dal quale non è escluso che si riesca a ricavare qualche interessante indicazione.
Forse molti non se ne sono accorti, ma sono già passati dieci anni da quando abbiamo varcato le frontiere del Duemila. Dieci anni, nella nostra vita, possono essere pochi o tantissimi, ma in questo caso hanno un significato preciso, ovvero che chiunque abbia superato le soglie della pubertà appartiene al secolo scorso. Appartenere al secolo scorso non è in sé una colpa: ma nel campo delle idee e delle abitudini culturali tante cose che ci appaiono attuali si stanno impercettibilmente allontanando. Il Novecento, poi, è stato un secolo particolare, fatto di vertiginose spinte in avanti e di improvvise inversioni di marcia, di sussulti e di cadute.
Ora, a mio avviso, esso sta diventando, più che un arco di tempo, una categoria del pensiero che ci si impone di cominciare a decifrare. Quanti concetti, quanti schemi intellettuali su cui quasi inconsapevolmente continuiamo a fare conto restano in fondo direttamente legati alle sue radici? E spesso si tratta proprio di quelle esperienze che allora risultavano più avanzate e innovative. Non è detto che oggi debbano essere considerate superate: ma dobbiamo prepararci a sottoporle a qualche attenta verifica.
Io, personalmente, mi sento troppo affezionato ai miei antichi pregiudizi per procedere a una selezione troppo approfondita: ma essendo la questione affascinante, trovo utile provare ad affrontarla con un piccolo gioco dal quale si potrebbe ricavare qualche interessante indicazione. Vi invito dunque a dedicare una minima parte del vostro tempo a stilare - arbitrariamente, soggettivamente - dei personali elenchi di ciò che a vostro parere rimane del tutto calato nel Novecento, e di ciò che invece potrebbe accompagnarci nel domani. Lo propongo come gioco perché il gioco è, appunto, innocuo, senza conseguenze: non comporta sentenze definitive, non implica di buttare via nulla, ma nella sua libertà può suggerirci dei criteri, può persino aiutarci a riconsiderare con occhio diverso qualche mito consolidato.
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Partiamo da alcune solide certezze: il Sessantotto, con tutto quanto ne consegue, slogan, occupazioni, barricate, cubetti di porfido appartiene inequivocabilmente al Novecento, così come i Beatles, lo scioglimento dei Beatles, i libri di Jan Fleming e Casablanca. Sui canti delle mondine avrei invece qualche dubbio, così come sull’eskimo e sugli western italiani. Le “strisce” di Schulz, le vignette di Copi e quelle di Wiz il mago - non perché questo articolo è pubblicato su “Linus” - pur collocandosi nel cuore del Novecento lo trascendono e non perdono il potere di graffiare e provocare. Umberto Eco, a occhio e croce, è Novecento, mentre Mike Bongiorno è già assurto a una dimensione assolutamente universale.
Partiamo da alcune solide certezze: il Sessantotto, con tutto quanto ne consegue, slogan, occupazioni, barricate, cubetti di porfido appartiene inequivocabilmente al Novecento, così come i Beatles, lo scioglimento dei Beatles, i libri di Jan Fleming e Casablanca. Sui canti delle mondine avrei invece qualche dubbio, così come sull’eskimo e sugli western italiani. Le “strisce” di Schulz, le vignette di Copi e quelle di Wiz il mago - non perché questo articolo è pubblicato su “Linus” - pur collocandosi nel cuore del Novecento lo trascendono e non perdono il potere di graffiare e provocare. Umberto Eco, a occhio e croce, è Novecento, mentre Mike Bongiorno è già assurto a una dimensione assolutamente universale.
Non vorrei dire un’eresia, ma ho l’impressione che l’Ulisse di Joyce sia profondamente conficcato nel Novecento, mentre Kafka se ne distacca alla grande. Con buona pace dei collezionisti, Picasso mi fa pensare al Novecento, eMarcel Duchamp guarda negli occhi il Duemila. I “tagli” di Lucio Fontana sono un altissimo prodotto del Novecento, i “cretti” di Burri sfuggono a qualunque tentativo di definirli o classificarli. Sfido anche l’impopolarità affermando che Fabrizio De Andrè mi sembra abbastanza Novecento, e invece Giorgio Gaber va collocato in un orizzonte ben più ampio.
Fellini, secondo me, non lo schiodi dal Novecento, Antonioni aspetta ancora che arrivi il suo momento.Bergman è ancora lì a macerarsi nel Novecento, Hitchcock se la ride di qualunque calendario. Mastroianni è Novecento, Nino Rota ci toccherà ascoltarlo per i secoli a venire. Gassman è un superbo animale del Novecento, a Tognazzi starebbe stretto anche il Duemila. Marlon Brando sarà il più grande del Novecento, ma il profilo spigoloso di Clint Eastwood resta scolpito nel presente. Nicole Kidman non ha mai superato le soglie del Novecento, Sharon Stone è nel Duemila, e lotta insieme a noi. Per quanto riguarda la Bardot, nel suo genere è inarrivabile: ma una che si faceva chiamare B.B., come si fa a non trovarla indissolubilmente Novecento?
Ma proviamo ad applicare il procedimento al mondo del teatro, come è giusto che sia, giacché è di questo che la rubrica si occupa. Per quanto riguarda le strutture, si pensava che i teatri Stabili, coi loro apparati spettacolari, coi loro consigli d’amministrazione, con la loro idea di servizio pubblico fossero una conquista acquisita, e stanno invece dimostrandosi una tipica realtà del Novecento. Negli anni Duemila va emergendo la funzione di certi nuovifestival, che non sono più delle semplici vetrine di spettacoli, ma diventano dei laboratori permanenti, dei centri produttivi, dei sensibili osservatori su quanto avviene nel territorio.
I ricchi e imponenti impianti scenografici sono terribilmente Novecento, i muri nudi e scrostati del palcoscenico sono totalmente anni Duemila. I costumi sono Novecento, i jeans, le felpe, le t-shirt stampate, letute sportive sono anni Duemila. La regia, quella degli Strehler e dei Visconti, è palesemente Novecento: gli stessi registi più importanti, in qualche misura, se ne sono accorti, tant’è che sempre più spesso, anziché allestire i grandi testi nella loro totalità, propongono delle scene da (Amleto, Romeo e Giulietta), degli smontaggi e rimontaggi dei testi, degli “studi” comunque fuori dalla logica del prodotto finito. Si impongono, negli anni Duemila, certe procedure di composizione collettiva dove la definizione e il ruolo stesso della regia spariscono, sostituiti da altre modalità di interventi creativi. È prettamente figlio del Novecento, ma assolutamente evergreen, Luca Ronconi, che a settantasei anni e in difficili condizioni fisiche non ha perso la volontà di sperimentare, di mettersi in discussione.
Sono inesorabilmente Novecento le “attualizzazioni” dei classici, coi nazisti, i marines, i blindati della guerra in Iraq che irrompono nei drammi di Shakespeare o di Ibsen. Sono anni Duemila i testi detti, enunciati, neppure recitati ma riversati addosso al pubblico da attori immobili che li pronunciano con toni più o meno impersonali. Lo “straniamento” è Novecento, ma con Brecht non abbiamo ancora finito di fare i conti. È Novecento l’idea in sé di sperimentazione, di teatro di ricerca, è anni Duemila il dare per acquisite certe nuove forme espressive diverse dalle precedenti, in una dimensione in cui cadono le distinzioni fra avanguardia e tradizione. E’ Novecento far recitare dei finti extracomunitari, dei finti tossicodipendenti, dei finti carcerati. E’ anni Duemila portare in scena dei delinquenti veri.
Grotowski è del Novecento, i lituani sono del Duemila. Il Living Theatre è del Novecento, Carmelo Bene è già proiettato nel Tremila. Dario Fo è del Novecento, Walter Chiari si sottrae fulgidamente a ogni collocazione temporale. Sono del Novecento Sarah Kane, Mark Ravenhill e tutti gli esponenti della drammaturgia inglese pulpe affannosamente trasgressiva, sono del Duemila Tim Crouch, Martin Crimp e gli altri autori che smontano e azzerano le strutture del copione. Con l’eccezione di Lagarce, che a quindici anni dalla morte resta ancora in gran parte da scoprire, temo che il teatro francese tutto in blocco, da Anouilh a Genet, da Camus a Sartre, sia completamente Novecento. Koltès sembra per ora saldamente ancorato alle nostre aspettative di abitanti del Duemila, ma attenzione: tra non molto potrebbe essere a sua volta risucchiato nei meandri del Novecento.
Da sempre e per sempre le atmosfere sospese e i dialoghi inconcludenti di Pinter sono immersi inequivocabilmente nel Novecento, e da lì non si esce, mentre Thomas Bernhard - con le sue amabili ossessioni, con la sua scrittura ondivaga, priva di un assetto stabilito - ci accompagnerà costantemente attraverso i secoli. Cechov è sotto ogni aspetto del Novecento, anzi è una prefigurazione, una folgorante sintesi ante litteram degli stati d’animo dell’uomo novecentesco, ma questo non significa nulla: potremo mai fare a meno di uno che aveva previsto fin da un secolo fa l’avvento delle villette a schiera?
Non oso dirlo neppure a me stesso, ma l’autentica incognita, il quesito davvero imbarazzante potrebbe a mio avviso riguardare Samuel Beckett: lui resta chiaramente il più grande di tutti, il più definitivo, una fonte di suggestioni praticamente inesauribile: ma comincia a insinuarsi qualche lieve sospetto che proprio questa sua grandezza senza mezzi termini sia di per sé un concetto vagamente novecentesco.
Renato Palazzi
Tratto da www.linus.net
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